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Erano gli anni Settanta quando il femminismo è entrato in accademia grazie a giovani antropologhe desiderose di rivedere il modo con cui la ricerca veniva fatta sul campo, ridiscutendone gli assunti teorici androcentrici e avendo uno sguardo verso soggetti femminili e altri e tematiche analoghe.
In un periodo prefemminista, c'erano antropologhe riconosciute quali Margaret Mead e Ruth Benedict, che però
avevano una postura maschile: assumevano un discorso simile a quello degli uomini, l'idea dell'autorità
etnografica e lo sguardo oggettivante, ma non erano meno inermi dagli attacchi che potevano ricevere. Sebbene
Mead fosse una donna di estremo successo e i suoi libri erano dei bestseller, non ha mai avuto una posizione
all'interno dell'università, rispetto alla sua collega Benedict. Il suo lavoro era più contestato dai suoi
colleghi uomini che la accusavano di manipolazioni, accompagnato da speculazioni circa la sua vita relazionale
amorosa.
Zora Neale Hurston, come Mead, è allieva di Franz Boas ma rimane particolarmente ai margini della disciplina
sia per il fatto di essere afroamericana e queer, sia per le modalità di ricerca e restituzione considerate
eccentriche per gli anni Cinquanta. Sradica da un punto di vista pratico il paradigma dell'oggettività della
disciplina: i suoi testi assumevano una forma narrativa e romanzesca, raccontando le difficoltà, la
negoziazione sul campo, i suoi movimenti. Inserisce il proprio punto di vista dell'esperienza, elemento che
però rimaneva esterno alla scrittura dei testi antropologici e presente solo nei diari di campo. Proprio per
questa ragione i testi di Hurston vengono recuperati negli anni Novanta dalle studiose femministe,
afroamericane e dall'antropologia, facendo della soggettività un punto di battaglia.
L'antropologia femminista si è occupata inizialmente di donne e della linea di separazione tra uomo e donna,
ma con il mutamento delle istanze del movimento femminista, anche l'antropologia femminista cambia: le ondate
successive a quella degli anni Settanta, che raccoglievano le istanze di un femminismo bianco e liberale,
hanno allargato la discussione alle istanze queer, decoloniali e trans. Si è spostato l'asse femminista su
altri temi, ponendo in maniera radicale la questione del corpo, della sessuazione e del genere come prodotto
culturale e performance sociale, della questione di classe, razziale e religiosa e così via.
Tuttavia, la categorizzazione di istanze in ondate, rischia di cancellare i modi diversi di esistenza
femministi e di fare antropologia. Ad esempio, il femminismo della differenza tra uomo e donna ha avuto in
Italia una grande vitalità ed esiste tutt'ora in termini non solo biologici ma simbolici. Ragione per cui gli
scritti di Luisa Moraro degli anni Ottanta e Novanta sono rimasti in una posizione rilevante mentre però
emergevano tanti femminismi che mettevano in discussione la differenza anche dentro al maschile e il
femminile, coniugando le differenze di classe, orientamento sessuale e così via. Anche in antropologia è
successo: solo perché c'è stata una riflessione critica, non vuol dire che ci sia un impedimento nel perdurare
dei modi di fare antropologia di uno sguardo neutro, escludente rispetto alla pluralità degli assi di
differenza che si intersecano.
Diversamente dall'antropologia cosiddetta classica, l'antropologia femminista fa sua l'intersezionalità, concetto coniato da Kimberly Crenshaw (1989) per indicare le sovrapposizioni identitarie come genere, orientamento sessuale, razza, classe, religione, nazionalità, età, disabilità agiscano simultaneamente. È una pratica metodologica dellə ricercatorə per la lettura sociale e che solleva nuove domande per cogliere la simultaneità e l'intersezione di classi di privilegio o di oppressione. È uno strumento utile per chiedersi il perché alcuni spazi sono eterogenei e altri più omogenei.
L'intersezionalità si riflette sul posizionamento dellə ricercatorə nel campo e nel testo, dal momento che il
sapere è sempre situato. È nella riflessione durante la ricerca: quanto conta il fatto che sia una donna in
questa interazione? Quanto la risposta è condizionata dalla posizione che il mio interlocutore mi assegna? Il
posizionamento è una ruminazione intorno al modo in cui quello che noi siamo e a ciò a cui noi siamo assegnati
influisce sull'intera interazione. Lə ricercatorə non ha uno sguardo neutro, è sempre soggettivo proprio
perché, da una parte, il bagaglio che porta con sé influenza il modo in cui legge la società, e dall'altra, ci
sono spazi che sono più accessibili di altri per il genere, l'afferenza politica e religiosa, la classe, il
colore della pelle, l'età, e così via.
È bene sottolineare che posizionarsi nel testo in maniera efficace e non ridondante non è semplice: non basta
dichiarare il proprio posizionamento ma bisogna farlo dialogare in un modo creativo nel testo, cercando di
mantenere quello sguardo esterno e distaccato. Terreno scivoloso poi è quello dell'autorizzazione a poter
parlare di un tema solo se si fa parte di quel dato contesto: da una parte è giusto consentire ai soggetti con
cui si fa ricerca di avere un controllo sulla rappresentazione che si produce su di loro, però abdicare ad una
funzione di interpretazione e di autorialità rispetto a quello che si scrive rischia di far perdere quella
distanza che l'antropologia si è contraddistinta. Zora Neale Hurston indicava questo processo parlando di
"cannocchiale dell'antropologia".
Certamente l'inserire nel testo il "da che punto di vista si guarda" può rispondere alle accuse di
imparzialità e di soggettività, considerando che queste erano le ragioni sottostanti alla marginalizzazione
del sapere prodotto dalle donne. La pubblicazione nel 1989 di Writing Culture di Clifford Geertz ne è un
esempio: sebbene abbia criticato l'antropologia egemonica dell'oggettività e della neutralità e riflettuto
sulla scrittura etnografica, ha cancellato e omesso di menzionare il fatto che questa riflessione è iniziata
negli studi delle donne e sulle donne. Le critiche alla disciplina come quella geertziana sono state ascoltate
e accettate in accademia proprio perché proposte perlopiù da soggetti autorizzati e uomini. La risposta al
libro di Geertz è arrivata dalle antropologhe Debora Gordon e Ruth Behar con Women Writing Culture (1995), in
cui le autrici rimettono un ordine cronologico a questo dibattito, denunciando l'esclusione delle scritture
antropologiche femminili, e riflettono su nuove possibili sperimentazioni.
Un altro aspetto su cui si è soffermata l'antropologia femminista nella lettura del mondo sociale è l'uso del concetto di agency, che aiuta a discostarsi dalla descrizione delle donne del "Terzo Mondo" come vittime, e ha l'intento di guardare gli spazi di agentività delle donne. Saba Mahmood (2001) lo fa bene quando racconta delle esperienze delle donne musulmane egiziane che assumevano una femminilità aderente alle regole che riscrivevano la sottomissione. L'antropologa mostra come la loro posizione poteva essere negoziata nella società, invitando così a riflettere su tematiche date per scontate nel femminismo occidentale, come quelle di scelta e autodeterminazione. Questa visione si libera dall'idea di un soggetto autodeterminantesi che sceglie la propria via: ci sono tanti elementi che condizionano le scelte, in molti casi sono scelte obbligate. L'invito è quello di abbandonare una visione univoca della donna emancipata da applicare agli altri contesti. La teoria dell'agency permette di vedere la complessità delle soggettività umane, che i suoi vincoli siano materiali, spirituali o simbolici.
Nel mondo contemporaneo l'antropologia femminista si è affermata ma non è ancora diventata mainstream. Ciò dipende sempre dalla scuola di pensiero, dalla nazione e dalla rivista alla quale si fa riferimento. Nel "Sud globale" il discorso del decoloniale e dell'intersezionale è molto mainstream perché c'è una maggiore sensibilità, consapevolezza e rivendicazione di dati diritti. Rimane spesso, però, lo scollamento tra ciò che si fa in accademia e il resto che le sta intorno. Inoltre, nei contesti universitari ci possono essere persone, donne, uomini che fanno antropologia femminista ma l'attenzione verso temi femministi è sempre dettato dai propri interessi, modelli e formazione. Nel caso di Alessandra Brivio e Claudia Mattalucci, le loro sensibilità si sono incontrate insieme a quelle di altre antropologhe per creare un gruppo seminariale di lettura femministe a inizio anni 2000 nell'Università di Milano-Bicocca.
Nella contemporaneità rimangono diverse domande che l'antropologia può e deve affrontare, come l'interesse verso spiritualità queer e trans in ambito religioso, l'avanzamento dei cosiddetti "femminismi di destra", l'approfondimento di posizionamenti transfemministi. Da questo incontro portiamo nella nostra cassetta degli attrezzi tante sfaccettature ed elementi, ricordando che l'interazione etnografica è l'incontro tra soggetti che partono da posizioni diverse e che la scelta del tema di ricerca deve essere appassionata. Lo spazio della ricerca è uno spazio emozionale, che coinvolge la propria anima, con momenti di sconforto e scomodo, che fa parte della ricerca stessa. Specialmente quando si affrontano temi difficili come la violenza, la sofferenza, la marginalità, è importante cercare e costruire delle forme orizzontali di condivisione, e ampliare i propri sguardi leggendo diversa letteratura, anche quando questa non coincide con la propria ricerca. La riflessione femminista va portata nella ricerca, cercando di avere una postura etica, assumendosi la responsabilità delle persone con cui noi interagiamo, e la responsabilità di sé.
Bibliografia per approfondire
- Abu‐Lughod, Lila (1990) "Can There Be A Feminist Ethnography?" in Women & Performance: a journal of feminist theory, 5:1, 7-27
- Behar, Ruth (1996) The Vulnerable Observer: An Anthropology that breaks your heart, Beacon Press
- Behar, Ruth e Gordon, Debora A. (1995) Women Writing Culture, University of California Press
- Brivio, Alessandra (2023) Serpenti, sirene e sacerdotesse, Antropologia dei mondi acquatici in Africa Occidentale, Viella Editrice
- Crenshaw, Kimberle (1989) "Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics" in University of Chicago Legal Forum, Vol. 1989, Article 8. Available at: https://chicagounbound.uchicago.edu/uclf/vol1989/iss1/8
- Haraway, Donna (1988) "Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective" in Feminist Studies, Vol. 4, No. 3, 1988
- Hurston, Zora Neale (1938) Tell My Horse: Voodoo and Life in Haiti and Jamaica, HarperCollins Publishers Inc.
- Mahmood, Saba (2001) Feminist Theory, Embodiment, and the Docile Agent: Some Reflections on the Egyptian Islamic Revival
- Muraro Luisa (2003) Diotima: Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano
- Strongman, Roberto (2023) Divinità Queer, Mimesi Edizione