Alessandra parla di economia morale, un concetto utile anche fuori dagli ambiti dell'economia in senso stretto. Ce lo descrive come un concetto non definito ma versatile, usato in ambiti diversi, e ci propone una discussione laboratoriale.
Osserveremo innanzitutto come l'antropologia economica approccia il suo oggetto di studi, suggerendoci che un'analisi delle questioni economiche da parte delle scienze umanistiche può cambiare alcuni paradigmi e punti di vista importanti. Lo schema dell'incontro prevede una breve introduzione su tre miti fondativi del sistema economico dominante analizzati da antropologi, per infine offrirci una parabola sul concetto di economia morale.
Partiamo dalle definizioni da dizionario di alcuni termini, a partire da quella del capitalismo, che viene descritto come un sistema economico che prevede la proprietà privata dei mezzi di produzione. Si creano così due classi: capitalisti detentori dei mezzi e salariati che lavorano; in questo sistema, tutto il processo di produzione è monetizzato. Con capitalismo di mercato invece si intende un sistema economico in cui la produzione è volta alla commercializzazione. In quest'ambito, il libero mercato si configura come una rete di scambi i cui prezzi sono autodeterminati e frutto del presunto naturale equilibrio tra la domanda e l'offerta. Da questo concetto nascono due correnti: liberismo e neoliberismo. La prima, di cui Adam Smith è considerato il fondatore, prevede che lo Stato non si occupi del mercato e che invece lo lasci a sé, occupandosi di fornire ai cittadini quei mezzi che non sarebbero garantiti da questo sistema; la seconda prevede invece che lo Stato si occupi del mercato, ma con lo scopo di salvaguardare la libera concorrenza. Parte qui la corrente dei libertari, i quali, tra numerose sfumature di pensiero, non prevedono l'esistenza dello Stato, che avrebbe solo funzione di sicurezza, così che il mercato sarebbe lasciato completamente libero. In seguito all'intervento di Paolo constatiamo che il termine "libertario" è usato in moltissimi ambiti, tra i quali ci sono diverse diramazioni della concezione di mercato; tra queste correnti vengono citati gli anarco-capitalisti, di cui Alessandra si è occupata per la tesi di laurea triennale.
I tre miti fondativi del sistema economico dominante che andremo ad affrontare rafforzano l'idea che il capitalismo sia un sistema naturale, spontaneo, facendo risuonare un'eco evoluzionista secondo cui sarebbe naturale che nel corso della storia dell'uomo si arrivi ad esso. Per confutare quest'idea bisogna partire dalla storia delle enclosures in Inghilterra, dove si dice sia nato il capitalismo, nel momento della rivoluzione agricola del XVI secolo, quando si cominciò a privatizzare le terre comuni. Alcune analisi storiche, Polany (Polany, 2010) e Hickel (Hickel, 2018) mostrano come nell'attuale narrazione di questo periodo si omettano i soprusi compiuti per occupare queste terre. In Inghilterra vigeva da molto tempo, infatti, l'istituzione delle terre in comune, dove i contadini trovavano la loro fonte di sostentamento in termini di cibo, riscaldamento, ed era salvaguardata dalla legislazione.
Proviamo dunque, attraverso le analisi storiche dei due autori sopracitati, a contestualizzare: siamo a cavallo tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI, Colombo arriva alle Bahamas e inizia il colonialismo in Sudamerica, un'occupazione che porta ad un grande afflusso di materiali preziosi in Europa. I paesi europei intrattenevano già floridi commerci con l'estremo Oriente, interessati in particolar modo all'argento, per cui il grande afflusso di questi materiali preziosi dal Sudamerica fa sì che il commercio rinvigorisca. Non solo, l'occupazione delle terre americane permette di detenere un grandissimo numero di "acri fantasma", cioè terre effettivamente ad uso europeo ma fuori dal territorio nazionale, che permette dunque che per la sussistenza non siano necessarie le piantagioni in Europa e che ci sia più libertà nell'uso della terra.
Dunque, la maggiore libertà nella disponibilità delle terre e il maggior potere della gentry commerciale - per la quale il business maggiore era quello della lana - ha fatto sì che quelle terre comuni furono occupate, in quanto utili per il pascolo delle pecore, cacciando contadini e radendo al suolo villaggi. Tutto il contrario del passaggio fluido che le narrazioni raccontano. Lo Stato inglese e la chiesa si schierano inizialmente dalla parte dei contadini, ma una serie di fattori, come la guerra civile e la Gloriosa Rivoluzione, permettono infine alla gentry commerciale di detenere più potere, e così il fenomeno delle enclosures prende sempre più piede.
Arriviamo ad una situazione in cui questi contadini non hanno più nulla, il che è un fattore decisivo per la successiva rivoluzione industriale, poiché se non si hanno i lavoratori non si può iniziare una industria, e all'epoca non era scontato lavorare per ottenere in cambio un salario. Questo fu appunto possibile grazie al numero di sfollati che non avevano scelta. Polany propone un'analisi dettagliata delle leggi emesse per gestire questo ingente numero di persone, che infine diventano proletari lavorando nelle industrie. Si assiste al primo grande fenomeno di consumismo, poiché essi dipendono dal mercato per l'acquisto di beni di sussistenza.
La storia continua con la nascita dell'industria e della necessità di un canale dove mandare i prodotti. Infatti per l'economia capitalista di mercato anche l'eccessivo accumulo di prodotti non venduti può portare alle crisi, come ad esempio la Grande Depressione degli Stati Uniti di fine XIX secolo, dovuta appunto al grande surplus di prodotti e ai pochi acquisti rispetto ad esso. La rivoluzione industriale fu dunque uno dei motori che fa cambiare dal colonialismo all'imperialismo, cioè l'occupazione di paesi da inserire nei flussi commerciali. Si crea una struttura diseguale che ancora oggi si può rimarcare: il Sudamerica e l'Africa costretti a fare da piantagioni dell'Europa, inviando materie prime - che costano di meno in quanto non lavorate -, mentre l'Europa manda prodotti lavorati, e dunque più costosi. All'Europa non conveniva - e non conviene tutt'oggi - che si sviluppasse un'industria locale nei paesi colonizzati, poiché avrebbe - e potrebbe - essere una pericolosa concorrenza.
L'altro mito fondativo è quello dell'homo economicus, teorizzato già con la nascita della scienza economica nel XIX secolo con Adam Smith. In quegli anni la scienza economica doveva affermarsi in accademia, doveva darsi uno statuto scientifico, iniziò dunque a creare queste narrazioni per essere considerata tra le scienze dure. La teoria dell'homo economicus afferma che la natura universale dell'uomo sia propensa al profitto personale, sia egoista e adatta a perseguirlo nella maniera più razionale possibile. Smith in realtà nei suoi lavori aggiunge anche le caratteristiche morali dell'uomo, ma andando avanti nel tempo e con la nascita della microeconomia - negli anni '30 o '40 del XX secolo-, vediamo nei libri che l'homo oeconomicus è descritto come la base di questa scienza e, di conseguenza, dell'intero sistema economico. La microeconomia è una branca che si occupa delle transazioni tra individui e piccole aziende, laddove la macroeconomia guarda alle transazioni tra Stati. Ciò significa che tutto il nostro sistema economico si basa su questa teoria, e questo non comporta solo che imponiamo la nostra economia sugli altri paesi senza considerare altri tipi di uomo, ma anche per noi diventa un problema in quanto, sebbene viviamo in una società tendenzialmente individualista, vi restiamo imbrigliati nonostante non sia una teoria che rispecchi nemmeno noi. Questo paradigma può sembrare in crisi in quanto si stanno moltiplicando le eccezioni alla regola - caratteristica che per Kuhn rappresenterebbe la crisi di un paradigma -, infatti nei libri di microeconomia ci sono liste lunghissime di bias cognitivi che ci impedirebbero di agire razionalmente. L'analisi di un'economista - Kate Raworth, in "Economia della Ciambella" (Raworth, 2017) - propone una critica dell'attuale sistema economico, che si basa sulle teorie create nel XIX secolo nonostante dopo due secoli il mondo sia molto cambiato. Sostiene infatti che dovrebbe cambiare lo studio dell'economia, ivi compreso la teoria dell'homo economicus, di cui individua un problema: l'economia impatta la vita delle persone costruendo un mondo in una maniera in cui le persone iniziano a comportarsi nella maniera predisposta da tale economia.
L'ultimo mito analizzato è quello della moneta e della sua nascita. Citiamo un testo di macroeconomia (Mankiw e Taylor, 2015), nel capitolo sull'economia finanziaria: "Per meglio capire la funzione della moneta proviamo ad immaginare un'economia che ne sia priva e dove per gli scambi si ricorre al baratto, dove si verifica una doppia coincidenza di bisogni, l'improbabile circostanza che due individui abbiano ciascuno il bene desiderato dall'altro". La moneta dunque viene considerata efficiente poiché rende possibili transazioni più indirette, sarebbe la naturale tensione di un mondo in un'epoca preistorica/primitiva non ben definita. David Graeber - ne "Il Debito"(Graeber, 2012) - mostra come questa teoria sia solo un esercizio logico, mentre lui mostra come le evidenze archeologiche ed etnografiche non supportino questa storia e anzi arrivino alla conclusione che sia nata prima la moneta virtuale per calcolare il debito e che il baratto invece sia arrivato in momenti in cui la moneta era scomparsa, sostituendola. La prima moneta per lui è quella dei Sumeri, il siclo d'argento, usata per calcolare nei grandi templi i debiti agro-alimentari delle persone che vi si recavano. Eppure non sono stati trovati questi oggetti, fatto da cui deduce che fosse una moneta virtuale, un misuratore del debito. Inoltre bisogna dire che in questa epoca preistorica-mitica teorizzata dagli economisti non è verosimile che in un villaggio, dove tutti si conoscono, lo scambio debba essere immediato; secondo Graeber subentrerebbe anche in questa situazione immaginaria la logica del debito.
Questa introduzione su quelli che possiamo considerare tre miti fondativi della scienza economica, è utile per vedere in che modo possiamo approcciare l'economia e vederla non come semplice transazione; essa si presenta come scienza dura, ma di fatto si fonda su scelte, valori, narrazioni e miti fondativi precisi. L'antropologia economica si fonda sul principio che non esiste un'economia separata dal resto, dalla cultura, dalla politica o dalla società. Polany (Polany, 2010) ad esempio mostra come l'affermazione del libero mercato sia potuta avvenire grazie all'intervento delle istituzioni e dello Stato, e che non potrebbe esistere senza.
Altri concetti utili per capire e smontare questa idea di economia solo razionale sono:
- i vari significati di capitale per Bourdieu (Bourdieu, 2004), cioè capitale sociale, simbolico, culturale;
- il concetto di campo, che viene inteso come un insieme di forze e scambi non solo materiali, ma sempre anche di significato;
- la nozione di habitus, sempre adottata da Bourdieu;
- il concetto di economia morale.
Questo è un concetto nato nel 1971 con E. Thompson, adottato poi in maniera diversa dall'antropologia. Alessandra ha preparato per le partecipanti delle schede dove vi erano diverse definizioni di economia morale, chiedendo di capire cosa intendono i diversi autori per poi discuterne e capire in che modo il gruppo definisce questo concetto.
Prima della discussione, però, fornisce una breve introduzione dell'autore che per primo ha coniato il
termine.
Thompson lo usa in uno dei suoi primi articoli, The Moral Economy of the English Crowd of the XVIII century
(Thompson, 1976), dove analizzava le manifestazioni per il caro prezzo del pane; l'articolo nasce per
criticare
gli storici che analizzavano i fatti solo da un punto di vista materiale. Secondo lui infatti ci sono altre
implicazioni, soprattutto nell'analisi dei movimenti di protesta, ad esempio motivi sentimentali e di valori;
nel caso dell'articolo parla di uno scontro non solo per il prezzo del pane, ma tra un'economia morale e
l'economia che la gentry commerciale voleva affermare sui contadini, un'economia razionale e di calcolo,
mentre
questi si basavano sul principio di reciprocità. Su questo poi si è ricorretto nel '91 (Thompson, 1991), dove
sostiene che anche la gentry commerciale avesse una propria economia morale, anche se certamente peggiore di
quella dei contadini.
Il termine è stato poi adottato da Scott come primo antropologo e poi dall'antropologia in generale.
Dibattito tra coppie analizzando il concetto di economia morale:
L'unico modo che Alessandra suggerisce di non usare è pensare l'economia morale come contrapposta ad una
economia non morale, poiché questa non esiste; tutte hanno dei presupposti, dei sistemi valoriali e dei miti
fondativi. Quindi con "economia morale" non si intende una economia che avrebbe questi valori, mentre un'altra
non li ha, non si intende con essa un'economia giusta.
I brani consegnati alle coppie possono essere trovati nel Drive di Anthrobic (accessibile attraverso il link
in fondo a questa pagina).
Paola e Fabiana espongono dei dubbi sul testo di Daston (Daston, 1995), dove si parla dell'ineludibilità della irrazionalità del sistema economico, non si può parlare di assenza di valori dietro la costruzione di una economia, essi esistono sempre. Dove è però il punto di contatto tra la vita della mente e la vita del cuore? Come si esemplifica questo contatto? Non è una questione di morale, non di etica, ma di diverse morali: dietro ogni tipo di economia c'è una precisa morale che ne determina lo sviluppo, non parliamo di senso morale verso gli altri.
Emma sostiene che ogni economia deriva da valori culturalmente dati, mentre Alessandra aggiunge che nella comunità scientifica, basandosi su un testo di Feyerabend (Feyerabend, 1979), si crea una prassi nella ricerca scientifica e nell'ideazione.
Paolo dice che quando abbiamo a che fare con l'umano, continuare a considerare elementi neutrali non porta lontano. Il paradigma di economia neutrale fa sembrare che le cose nascano così dal nulla, in realtà tutto quanto riguarda l'umano intenzionale, bisognerebbe svelare i valori di riferimento.
Nei testi di Sayer (Sayer, 2000, 2007, 2015) invece evinciamo un'idea di economia come scienza che si occupa del benessere, che nel concreto si focalizza sugli interessi, e vorrebbe dimostrare che l'analisi politico-economica è critica nel momento in cui mostra che i processi economici o le forme di organizzazione danneggiano il benessere. Dato che non esiste neutralità i presupposti vanno esplicitati.
In questo senso vi sono molte ricerche antropologiche interessanti - che troverete nella sezione in fondo al presente scritto -, che si interrogano su qual sia la moralità dietro a tutta una serie di luoghi dove si fa l'economia neo-liberista e capitalista.
Fassin (Fassin, 2009) si occupa di comunità di malviventi e secondo lui il concetto di economia morale è rivoluzionario nel senso che, quel che inizialmente può apparire come irrazionale o criminale, attraverso la prassi di ricerca che l'economia morale suggerisce se ne capisce il senso e la razionalità.
Emma dice che quando parliamo di economia morale parliamo di prassi, ed Elisa è d'accordo dicendo che non esiste l'economia morale, essa è sempre morale, bisogna capire quale moralità sta dietro. Tutta l'economia e tutte le economie hanno la loro prassi, l'economia morale dunque si costituisce come un modo di studiare l'economia.
Con economia intendiamo la gestione delle risorse economiche, ma anche di conoscenze. Bisogna specificare questo punto perché notiamo una colonizzazione terminologica da parte del termine "economia", in seguito a una gerarchizzazione dei saperi, che è un problema secondo Paolo. Il sistema economico in cui siamo inseriti ci dice che "con la cultura non si mangia" e da qui dipende anche il sistema formativo. Quando ci sono profondi cambi di paradigmi dal punto di vista economico sembra vengano fuori dal nulla, ma in realtà ci sono sempre scuole fatte da persone e noi vediamo gli effetti di un pensiero elaborato decenni prima. Paolo porta come esempio l'esperienza delle dittature sudamericane, pensate nella scuola di Chicago che ha teorizzato il neoliberismo. Noi pensiamo che questa corrente economica sia il frutto degli anni '80, ma in realtà le prove pratiche le hanno fatte con le dittature cilene e argentine, tutto il pensiero nasce prima.
Si parla di molti concetti: si concorda che si sta parlando di morale nel senso di una specifica, e non di etica; si parla di visioni del mondo e di gestione delle risorse, anche immateriali.
Marco sposta il discorso nell'altra direzione, sostenendo che non solo la moralità agisce sull'economia, ma anche essa agisce sulla nostra moralità. Cita Fromm (il saggio "L'arte di amare"; l'autore fa parte della corrente chiamata Scuola di Francoforte) secondo cui l'amore oggi è stato modificato: io non voglio amare ma voglio essere amato, mi faccio bello e devo avere qualcosa perché anche la coppia è un'economia di scambio. L'economia ha cambiato il nostro modo di concepire la relazione sociale, divenendo un circolo vizioso in cui è sempre più necessario svelare i processi storici, perché solo in quanto tali possono essere cambiati. La grande fortuna del capitalismo è farti credere che sia l'unica opzione possibile, come sosteneva Fisher, dice Elisa.
Alessandra cercava di capire, usando il concetto di economia morale durante il suo lavoro di tesi in triennale, perché una comunità italiana su Telegram acquisti bitcoin senza rivenderli. Ha svolto una serie di interviste per arrivare a capire che questa scelta economica è dovuta ad una serie di presupposti, come ad esempio un'idea specifica di libero mercato e di Stato, che portano ad agire in una determinata maniera, perché bitcoin in questo caso diventa l'incarnazione dei loro valori morali, li acquistano perché ci credono. La sua domanda di ricerca era dunque: quali sono i presupposti culturali che portano ad agire in una determinata maniera? Il concetto di economia morale ha aiutato a rispondere.
Emma propone una riflessione molto ampia, apparentemente lontana: cita Remotti e il suo discorso in cui parlava di "costruire alternative" e il principio delle possibilità limitate. Questo è un principio che mostra come ci siano delle limitazioni che possono essere date dall'ambiente e dei fatti materiali che fanno sì che una cultura si sviluppi in un determinato modo, e che sia possibile che si siano somiglianze tra una cultura e l'altra anche se in spazi differenti di tempo e luogo. Faceva questo discorso dicendo come spesso nel nostro pensare alle cose si pensa che si parta da situazioni con possibilità limitate e poi con lo sviluppo si arriva a momenti in cui si hanno possibilità illimitate, avendo società potenti che possono fare qualsiasi cosa. Remotti inverte la rotta e propone di porre il principio delle possibilità illimitate all'inizio della storia umana mettendolo nel contesto dell'homo sapiens come super-predatore: nel periodo delle grandi migrazioni ci siamo spostati, e abbiamo iniziato a cacciare, ammazzare grandi mammiferi, agendo come se avessimo possibilità illimitate. Nel tempo abbiamo iniziato a ridurre le nostre possibilità cominciando a vivere in modo sedentario, stringendo alleanze anche in un rapporto reciproco di alleanza con gli animali. Individua nella nascita delle società totemiche il passaggio dalle possibilità illimitate a quelle limitate. Nasce una società in cui c'è un rapporto paritario. Dunque anche in un mondo come il nostro, con tutte queste problematiche e dove il sistema in cui viviamo si comporta come se avessimo possibilità illimitate, dobbiamo forse pensare di fare un passo indietro. Un approccio allo studio dell'economia come economia morale può permettere questo passo, cambiando strategia d'azione.
Paolo parla del movimento della "decrescita felice", che è in declino, dove con la liquidità di pensiero attuale niente è più etichettabile come destra e sinistra, e dunque ci sono correnti critiche pervase da altri pensieri. Per cui anche la decrescita, come altre realtà, ti porta a trovarti spalla a spalla con qualcuno che ha valori antitetici ai tuoi. Cita Latouche, che parla di decrescita come forma di socialismo.
Marco dice che il nostro sistema potrebbe migliorare se governato da algoritmi e intelligenze artificiali che governano le risorse, in una utopia dove il capitalismo domina tutto. Eppure siamo concordi nel ritenere che sia necessario rimuovere il soggetto dell'homo economicus. Butler - nella sua analisi degli sviluppi e alleanza dei corpi -, critica la Arendt, rimette al centro il fatto che, partendo dall'analisi delle Primavere Arabe, una trasformazione può avvenire solo attraverso l'azione agente delle masse.
Alessandra con moralità intende visione del mondo, priorità e concezioni. L'homo economicus è una concezione della moralità dietro al sistema capitalista, che ha un'idea di progresso evoluzionista. È difficile farne un'analisi totale, bisognerebbe osservare caso per caso, ma possiamo dire che la nozione di habitus e corpo emergono in modo chiaro, poiché la persona assorbe concezioni, valori, priorità e li applica nel corpo, dove si uniscono valori ed intenzioni. Pratichi una economia morale insieme ad un modo di fare teoria, in cui analizzi il punto di vista morale delle cose, in maniera critica.
Una consapevolezza in linea generale sulla polarizzazione che crea questo sistema esiste, ma va diffusa, non tutti ne sono consapevoli.
Alessandra offre la prospettiva economica del concetto di economia morale come modo di guardare alle cose.
Nel saggio "L'economia della ciambella" (Raworth, 2017) la parte interessante, secondo Alessandra, è la prima, dove decostruisce l'attuale sistema economico, mentre nella seconda parte aleggia un'aria di greenwashing. Interroghiamoci sul modello sociale messo in piedi: se si sposano modelli energivori ci saranno sempre conseguenze devastanti. Abbiamo bisogni e consumi, siamo nati nella comodità, per averla sfruttiamo la parte povera del mondo. Il discorso dominante è che se il problema è così grande noi non possiamo fare nulla per risolvere, la narrazione sul cambiamento climatico ha cercato anche altre strade, perché spesso porta ad un atteggiamento di menefreghismo profondo. Elisa cita il documentario "Food For Profit", dove si mostra chiaramente che l'interesse delle aziende è solamente produrre sempre di più.
Occorre una rivendicazione collettiva, contrapporre la forza dei numeri di una massa organizzata, suggerisce Paolo.
Di seguito la definizione a cui il gruppo è arrivato in seguito alle discussioni:
"Il concetto di economia morale permette di vedere le moralità e visioni del mondo specifiche dietro le varie gestioni delle risorse, anche immateriali, senza dimenticare l'influenza contraria di queste sulla morale stessa"
Testi consigliati
- Hickel, J., 2018, The Divide, Milano, Il Saggiatore S.p.A.
- Bougleux, E., 2016, Antropologia nella corporation, Roma, CISU
- Bourgois, P., 1998, The moral economies of homeless heroine addicts, Subst Use Misuse, September, 33(11), pp. 2323-2351
- Ho, K., 2009, Liquidated. An ethnography of Wall Street, Durham and London, Duke University Press