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Nuovi Orizzonti. Nei margini dei meridiani è un ciclo di incontri che abbiamo pensato con l'obiettivo di dare spazio a dialoghi su alcuni dei luoghi in cui opera la ricerca antropologica ma che non sempre trovano risalto negli studi canonici della disciplina. Questo è stato il quinto incontro.
Kastellorizo, l'isola del Dodecaneso dove Barberani ha svolto la ricerca per la sua tesi di dottorato, è ormai lontana da come la ricercatrice la ricorda: la crisi migratoria ne ha trasformato i tratti in modo irreversibile. Ma la domanda che attraversa il suo racconto non è tanto "cosa è cambiato", quanto "dove si tracciano i confini – e chi lo decide".
Kastellorizo (ufficialmente Megísti, in italiano anche Castelrosso) è un'isola del Dodecaneso, all'interno dello Stato Greco, ma con una posizione geografica peculiare: si trova a circa 70 miglia nautiche da Rodi, l'isola greca più vicina, e ad appena 1,2 miglia dalla Turchia. Fu annessa alla Grecia per la prima volta solo nel 1948. Dal sedicesimo secolo fino alla Prima Guerra Mondiale è stata in mano all’impero ottomano; durante gli scontri venne occupata dai francesi e nel 1921, durante i trattati di pace, finì alle dipendenze del Regno d’Italia, dove restò fino alla cessione greca al termine del successivo conflitto globale. Nonostante questo, viene narrata, sia dallo Stato Greco che dagli operatori turistici, come "la prima nel sole e l'ultima dietro il mare", citando un frammento attribuito, erroneamente, alla poetessa Saffo. Questa falsa attribuzione non è un semplice errore: è un dato etnografico fondamentale. Associare l'isola alla lirica di Saffo serve a proiettarla in un passato mitico e incontaminato, a blindarne l'ellenicità di fronte alla vicinanza con la costa turca. Il mito funziona come passaporto culturale retroattivo.
Kastellorizo è dipinta come la porta d'ingresso in Europa, non solo geograficamente, ma anche culturalmente. L'identità greca rivendicata a Kastellorizo non è però un dato originario, ma il prodotto di un lungo processo di costruzione nazionale: a partire dalla Guerra d'Indipendenza del 1821, la Grecia moderna ha edificato se stessa sull'equazione Grecia = fondamento della cultura laica e democratica europea, con i greci moderni come eredi biologici e culturali dell'antichità classica – un'identità costruita su modello neoclassico di provenienza europea, che ha comportato la stigmatizzazione del passato bizantino e ottomano come "impurità". Questo si è tradotto, soprattutto nel periodo della dittatura dei colonnelli tra il '67 e il '74, nell'epurazione delle usanze di origine turca e nell'imposizione della kathàrevousa, il greco arcaizzante e "purificato", contrapposta alla demotikì, la lingua parlata dal popolo. Un processo che ha funzionato: la Grecia è oggi uno dei paesi più nazionalisti d'Europa. Eppure persistono falle nell'"intimità culturale" degli abitanti (Herzfeld, 2003), tenute nascoste ai turisti ma ben presenti nella vita quotidiana.
La dinamica si coglie perfettamente in due esempi. Il primo è la pratica di rompere le stoviglie ai matrimoni: di derivazione turca, rinnegata in pubblico, viene tuttavia esibita nelle celebrazioni rivolte ai turisti, spacciata dal marketing come tipicamente "greca". Il secondo è ancora più tagliente: fino agli anni '60 in tutta la Grecia si ordinava un tourkikós kafés; dopo l'invasione turca di Cipro nel 1974, lo Stato ha promosso una campagna massiccia per rinominarlo ellinikós kafés. A Kastellorizo questo cambio di nome diventa paradossale: il caffè "greco" che bevono i locali è spesso letteralmente acquistato al mercato di Kaş, in Turchia. Quando un turista lo ordina guardando la costa turca a un chilometro di distanza, sta partecipando – involontariamente – a quell'operazione di "pulizia" identitaria che Herzfeld chiama "nazionalizzazione del quotidiano". L'identità nazionale si scontra, giorno per giorno, con la logica del vicinato.
La storia dell'isola smentisce però qualunque purezza identitaria: una lunga sequenza di occupazioni – dai Cavalieri di San Giovanni agli Ottomani, dagli Inglesi agli Italiani – prima dell'annessione alla Grecia nel 1948. È a partire da quel momento che il discorso nazionalista greco ha costruito attivamente la rappresentazione dell'isola. E non è un caso che il frammento attribuito a Saffo si sia prestato così bene a veicolarla: la sua ambivalenza traduce perfettamente la duplice condizione di Kastellorizo. "La prima nel sole" è la vedetta, il punto in cui l'alba tocca per prima la terra ellenica, la porta d'ingresso in Europa – "Europe starts here", come recita un cartello all'ingresso di una taverna locale. "L'ultima dietro il mare" è invece l'akritikós: il margine estremo, la periferia che ridefinisce il centro, il limite oltre il quale comincia l'altro. Due rappresentazioni che abitano la stessa frase, due modi di guardare la stessa isola – da Atene o dalla costa turca – che il frammento, autentico o no, continua a tenere insieme.
A incarnare questa condizione nella sua forma più pura è la figura di Despina Achladioti, la "Signora di Ro": per quarant'anni, fino alla sua morte nel 1982, ogni mattina issò la bandiera greca sull'isolotto disabitato di Ro, a pochi metri dalla Turchia, rimanendo sull'isola persino quando Kastellorizo fu evacuata durante la Seconda Guerra Mondiale. Effigiata su un francobollo nel 1983, incarna il paradosso esistenziale dell'akritikós – sentirsi geograficamente marginali ma moralmente centrali per l'identità della nazione. Presidiare i confini restando fermi, la resilienza come atto quotidiano e silenzioso.
Anche i numeri raccontano questa tensione, ma in chiave più prosaica. Da 12.000 abitanti nel 1910, l'isola è scesa a poco più di 200 residenti negli anni '00; oggi ne conta 594, secondo il censimento del 2021. Una risalita che non è organica ma politicamente orchestrata: Atene ha tutto l'interesse a mantenere "viva" e popolata l'isola-confine, in un contesto di disputa sull'Egeo che tocca sovranità territoriale, giacimenti di gas naturale e crisi migratoria.
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Nel periodo in cui Barberani conduce la sua ricerca, i confini emergono dall'attrito tra le diverse popolazioni che abitano l'isola: i soldati dell'esercito, i residenti, i kassi – i discendenti della diaspora greca, tornati dall'Australia ogni estate per restaurare le case degli antenati, ricomponendo attraverso questo gesto il trauma dello strappo demografico della guerra. Lo stesso porto funziona come un "teatro fenomenologico": la medesima banchina viene vissuta dai residenti come spazio di scarico delle merci vitali, dai turisti come lo sfondo per un aperitivo esotico, dai kassi come la soglia della propria infanzia ritrovata. Persino i rifornimenti alimentari raccontano la periferia: nonostante la politica ufficiale preveda l'importazione di tutti i beni dalla Grecia via nave da Rodi, nella pratica il cibo fresco arriva dalla Turchia, a bordo dei caicchi greci che due volte a settimana attraversano quei pochi chilometri di mare – la geografia che vince sulla politica, l'interdipendenza materiale che scavalca i passaporti.
Il confine simbolico si configura come incrocio di sguardi e di modi diversi di produrre rappresentazioni. Per analizzarlo, Barberani ricorre alla metafora teatrale di Goffman e riformulata da MacCannell in ambito turistico: la front region è la dimensione pubblica ed esibita, dove i locali mettono in scena l'autenticità per i turisti; la back region è lo spazio nascosto dell'intimità culturale, inaccessibile agli estranei e percepito come più reale e autentico. Per i turisti greci il confine geografico diventa garanzia di autenticità e riserva di nazionalità. Per i turisti internazionali Kastellorizo incarna la purezza della tradizione, trasformando l'autenticità in merce. Un'associazione, questa, che viene smontata non appena si guarda l'isola con attenzione: Kastellorizo è tutt'altro che isolata, è determinata da ciò che viene dall'esterno – flussi di persone, merci, memorie. È un "microcosmo di complessità globale", dove fenomeni di portata globale come i flussi migratori, le tensioni geopolitiche tra Stati, il turismo di massa o la dispersione delle comunità nel mondo, diventano visibili a occhio nudo, concentrati in pochi chilometri quadrati.
Ed è qui che entra in gioco la distinzione più feconda del seminario: quella tra confine e frontiera. Il confine è di ordine statale: una linea che divide, irrigidisce, esclude, rivendica sovranità. La frontiera è invece lo spazio vissuto, una zona di transito, osmosi e mescolanza, dove la vicinanza geografica costringe le popolazioni locali a negoziare e "addomesticare" il limite istituzionale. A Kastellorizo questa distinzione si incarna nei dettagli della vita quotidiana: il confine si materializza nella militarizzazione dello spazio fisico e sonoro – i caccia militari turchi ed ellenici che sovrastano costantemente lo spazio aereo rendono il confine sonoro e visivo, una "militarizzazione dei sensi" in cui la minaccia geopolitica non è un'astrazione ma un elemento che rompe la quotidianità. È il confine della dipendenza da Atene, della periferia amministrativa, dell'isolamento invernale.
La frontiera invece rimane aperta: negli approvvigionamenti di cibo fresco dalla Turchia, nell'economia informale – contrabbando, mercato nero di reperti archeologici subacquei, i cosiddetti visa run – e nello sport. Le partite di calcio disputate a cadenza regolare dalle squadre di Kaş e Kastellorizo sono forse l'immagine più nitida dell'anti-confine per eccellenza: mentre nei cieli i caccia militari si fronteggiano, sul campo di gioco i corpi dei cittadini delle due sponde si incontrano nello spazio ludico. Il confine può essere in cielo, presidiato dai mezzi militari; ma a terra vige la frontiera.
Bibliografia per approfondire
- Barberani, S. (2009). "L'occupazione italiana a Kastellorizo: memorie e contromemorie". In M. Peri (a cura di), La politica culturale del fascismo nel Dodecaneso (pp. 33-50). Esedra.
- Donnan, H., & Wilson, T. M. (1999). Borders: Frontiers of Identity, Nation and State. Berg.
- Green, S. (2005). Notes from the Balkans: Locating Marginality and Remote Places. Princeton.
- Green, S. (2012). "Recalibrating Borderlands". In A Companion to Border Studies (pp. 573-592). Wiley-Blackwell.
- Herzfeld, M. (2003). Intimità culturale: Antropologia e nazionalismo nello Stato-nazione. L'Ancora del Mediterraneo.
- Herzfeld, M. (2009). "Azzurro contro Verde. Rapporti di potere e memorie dell'occupazione italiana nei paesi rurali del Dodecaneso: una ricostruzione". In M. Peri (a cura di), La politica culturale del fascismo nel Dodecaneso (pp. 21-32). Esedra.
Silvia Barberani è ricercatrice presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove insegna Antropologia del Turismo. Ha condotto ricerche in Grecia, in particolare sull'isola di Kastellorizo, e in Italia, occupandosi di antropologia del turismo, costruzione della memoria e identità nazionali..