Matriarca

Un'indagine storico-antropologica sulla devozione popolare al culto della Madonna dell’Arco. Ovvero l'osservazione di una ritualità di resistenza e rinascita nel napoletano, dalla preparazione fisica e psicologica dei mesi precedenti alla celebrazione del Lunedì in Albis.

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Un ragazzo senza paura, non aveva paura neanche di Dio, un giorno perse ad un gioco con gli amici. E lui che fece? Iniziò a bestemmiare. Bestemmiava forte. Bestemmiava come una bestia indemoniata. E come se non bastasse prese una pietra e la tirò con tutta la forza nella cappella della Madonna. Quella bella faccia bianca come la cera inizio a piangere, piangeva lacrime di sangue, sangue vivo. Cosa aveva fatto di male quella poverina? La voce di questo miracolo si diffuse per tutti i paesi, ma si diffuse pure un’altra voce, quella del ragazzo che tirò la pietra. Diceva che la Madonna l’aveva condannato a piangere.

Ma quale condanna? La Madonna non emana sentenze. Il pianto di quel ragazzo era la vergogna che portava in faccia e nel cuore. Lo trovarono morto, ammazzato con una corda al collo, per mano di quella stessa gente che lo aveva visto e sentito bestemmiare. Lo trovarono sporco di sangue e senza voce.

La cattiveria umana non è mai cambiata. Oggi la gente si uccide per una parola sbagliata, per un cattivo sguardo, per un paio di scarpe. Ma con tutto questo male c’è un popolo che cammina a piedi, scalzo, fino a quando non gli esce il sangue sotto i piedi per arrivare al Santuario. Gente che si sbatte per terra, urla. Strilla che squarciano il silenzio della notte.

E la nostra mamma sta là, ci guarda e ci perdona. E ci copre sotto il suo manto.

Questo è il vero miracolo, la rabbia che diventa preghiera.

Così recita il monologo interpretato dall’attore Vincenzo Merolla nel documentario Matriarca, che ci racconta una storia antica, un miracolo che torna nel tempo ed una credenza che cammina insieme alla società, adattandosi ai suoi cambiamenti, ma persistendo senza posa.
Fujenti, sudore e pianto, tecnologie del corpo e sacro come resistenza: questi gli elementi centrali di un racconto che dialoga con uno dei capitoli più densi dell’etnologia italiana, rappresentando il punto di incontro tra devozione popolare viscerale e le dinamiche sociali delle periferie urbane.

Matriarca (2025, trailer) è un documentario scritto da Martino Allocca e diretto da Nino Cosentino, napoletani incuriositi dal culto alla Madonna dell’Arco, una tradizione che unisce e divide: unisce strati della società napoletana che, attraverso il pellegrinaggio al Santuario di Sant’Anastasia nel Lunedì in Albis, stabiliscono un patto di reciprocità con la Vergine espresso nello scambio equo per cui io ti offro la mia fatica fisica, tu mi concedi la tua protezione. Ma divide da quei fedeli che non si sentono rappresentati da questa forma di religiosità popolare, che la guardano da lontano e, in fondo, silenziosamente, la deplorano in quanto rito arretrato, un rito per classi povere. Questione di punti di vista.

La persistenza dei riti dei fujenti, (letteralmente fuggenti, termine derivato dal napoletano, posto al participio presente del verbo per indicare l’atto del “fujere”/fuggire, dove la corsa è espressione di devozione e corsa verso la protezione) è sintomatica di una resistenza culturale delle classi subalterne rispetto la religione istituzionalizzata cattolica e del riconoscimento in un’identità collettiva condivisa, espressa attraverso la pratica della devozione alla madre/madonna, dove ogni domenica è il giorno sacro in cui si scende in strada e si canta per la Mamma di tutte le mamme.
I fujenti trovano nel rito un ruolo sociale e una dignità che viene loro negata dalla società civile. Esclusi, reietti, navigatori esperti nelle acque turbolente di una società che si arrangia per abitudine, come dice Stefano de Matteis, antropologo intervistato nel documentario: “il fujente non corre verso il Santuario, corre verso una possibilità di esistenza. In quel lunedì, il marginale diventa protagonista, il corpo sofferente diventa corpo sacro.”

Per molto tempo chiesa e parte dell’accademia hanno definito questi culti come manifestazione della superstizione e quindi come religioni minoritarie: in questo senso, allora, vediamo il contrapporsi di una religione alta, dottrinale e teologica, e una religione bassa, fatta di gesti, grida, sangue, definita dall’alto come una via corrotta rispetto la vera fede. In materia di religiosità popolare l’antropologia degli evoluzionisti come Tylor e Frazer, in questo tipo di manifestazioni vedevano delle sopravvivenze di epoche primitive o pagane, sopravvissute per inerzia fino al nostro presente. Malinowski invece avrebbe molto probabilmente definito questo rito come uno strumento funzionale alla riduzione dell’ansia, e dunque il pellegrinaggio come funzionale al mantenimento di un equilibrio psicologico del singolo e funzionale anche mantenere l’ordine sociale della comunità. E comunque la veduta resta parziale: la funzionalità del rito come calmante per l’ansia rende l’esperienza simbolica un anestetico per il sociale, un assopimento delle ansie, svuotato del suo senso più profondo.
Oggi questa visione è limitante, perché implica che il fujente compie gesti di cui non ne comprende il senso e il rito ne risulta un fossile culturale, svalutando così l’esperienza vissuta del credente e riducendola a ignoranza dogmatica. Piuttosto oggi si parla di religiosità vissuta, per riconoscere pari dignità alla pratica rituale rispetto alla dottrina. Dove volgere lo sguardo dunque, per toccare con mano questo stesso senso profondo? La performance del rito, quei corpi che soffrono, cadono, vengono meno non sono dei palliativi per l’ansia e per lo stress. Gettano le basi per costruire attivamente un’identità e un senso politico di appartenenza.
Già nel 1934 Marcel Mauss ci spiegava che il corpo non è soltanto biologia, ma è uno strumento culturale; i fujenti ne sono la prova vivente attraverso le loro tecniche del sacro. Non esiste un modo naturale di usare il corpo: ogni gesto, anche il più intimo, è un’acquisizione sociale. Nel documentario vediamo corpi che si trascinano, che svengono. Non è follia, è una tecnica, un modo di usare il corpo appreso all’interno della paranza.

Il documentario ci porta dentro una narrazione che non interagisce con il rito come fosse un relitto, ma come una pratica viva che risponde ai bisogni del presente. Scardina l’idea che questa pratica sia un residuo del passato che porta con sé il lezzo dell’antiquariato dimenticato. È una risposta alla marginalità che porta dentro di sé tutti gli elementi della contemporaneità: è una compenetrazione tra materia religiosa antica che si effonde in un contesto storico e sociale attuale, vivo e dinamico.
Il rito destorifica il negativo: quando la vita assume le fattezze dell’insopportabile miseria entra in gioco il rito, che sottrae il devoto alla sua storia personale e dolorosa e lo inserisce in un tempo mitico protetto, in uno spazio-tempo dove la sofferenza viene esperita dalla collettività all’unisono. Questo sguardo appartiene all’eredità di Ernesto de Martino, che nel rito vedeva una proiezione contro il male del vivere. In questa prospettiva la Madonna dell’Arco è la mediatrice che impedisce alla crisi di diventare follia. Non possiamo guardare al pellegrinaggio, o più in generale all’agito dei fujenti, soltanto come manifestazioni delle forme di folklore. Piuttosto, questa devozione costituisce un dispositivo per gestire la crisi della presenza: il devoto, attraverso lo sforzo fisico, scarica un’angoscia esistenziale, facendo ingresso nella sfera del sacro attraversandola per mezzo del pellegrinaggio e riposizionandosi così nel mondo.
Allora la fede cessa di essere soltanto un concetto astratto e si esprime attraverso il sudore, la corsa, il pianto e lo svenimento, attraverso il raggiungimento di stadi estatici, di esperienza materiale in cui il corpo diventa teatro della devozione. Le grida, il trascinarsi dei corpi dall’ingresso del santuario fino a giungere al cospetto del volto bruno della Madonna, sono gli elementi strutturali della trance e di una partecipazione collettiva ad un momento di rigenerazione, di riscatto e rinascita.

Il grido del fujente davanti all’effige non è una richiesta, ma un’esplosione. È il momento in cui l’individuo si scioglie nella paranza e la sofferenza privata diventa rito pubblico.

Il canto dei fujenti è un dialogo con il divino: quelle stesse urla sono una tecnologia che porta all’esterno una sofferenza per condividerla con una madre che sempre protegge e perdona, per lo spettatore del documentario sono coordinate audio-visive che lo avvolgono e gli permettono di provare per un momento a sentire e vedere, a condividere il mondo attraverso la percezione del fujente.
Il documentario mette in scena tutto questo: la collettività, la ricerca di un’identità condivisa, la tecnologia del rito, la negoziazione con le restrizioni imposte dall’esterno. Ci racconta di come questo rito non riguardi soltanto il Lunedì in Albis, ma riguarda l’esperienza quotidiana dei fedeli in toto. Ci mostra tutta la preparazione intorno: dalle prove dei cantanti ai momenti di comunità. Il risultato è una geografia religiosa che percorre le periferie campane in cui si susseguono le tappe dei pellegrinaggi miste a momenti densi che mettono in scena l’emozione, il sentimento parlato, cantato e urlato, per provare a sentire quello che sentono le persone che sono coinvolte. Intramezzi di fotografia in bianco e nero contribuiscono alla narrazione, volti sfilano uno dopo l’altro accompagnati da un motivo musicale ipnotico che dà a quegli stessi volti un’aura di sacralità, senza appiattirne l’esistenza.
Questi culti sono forme di autoconsapevolezza di persone che troppo spesso definiamo escluse, e che sono tali soltanto perché c’è una collettività che li sospinge ai margini della società civile, che vuole essere ordinata e non caotica. Una paranza come cellula sociale che vuole raccontare il proprio senso di appartenenza, in una fratellanza e sorellanza che si compone sotto l’egida della mamma di tutte le mamme. Il documentario racconta quest’esclusione e il suo corrispettivo raccoglimento senza giudicarla: c’è una fisicità presente che cerca di documentare la stessa crisi di presenza di cui parlava De Martino, senza risultare una mera rappresentazione estetica del rito.

Matriarca non ragiona dentro le vecchie categorie dell’antropologia e non è nemmeno esotizzazione o voyeurismo. Il documentario interpreta il rito come dispositivo fondamentale per gestire quella crisi di presenza in cui l’individuo è schiacciato dalla miseria e rischia di perdere sé stesso, perdendo anche la capacità di agire nel mondo. È un lavoro che osserva e racconta il sacro dentro e fuori il Santuario. C’è stato un approfondito studio teorico e una presenza sul campo che si è estesa per tre anni prima di condividerne i risultati. Registi e fotografi hanno costruito uno spazio di condivisione e di racconto del rito, di diffusione di un sentimento radicato. La presenza continuativa sul campo ha permesso loro di guardare al rito come uno strumento psicologico e sociale attivo, riconoscendo la dignità di pratiche che spesso vengono liquidate come forme di ignoranza da parte di una società alta che aborrisce i miasmi di una morale degradata. Corpi sacri al centro dell’attenzione pubblica: persone che camminano scalze ancora oggi per ritrovare la protezione in un mondo che vive di insicurezze ed insensatezze. La ricerca antropologica, in questo senso, si arricchisce dello strumento audio-visivo aprendosi a un contesto rituale che possiamo definire complesso, un campo fitto di persone che interagiscono con quella stessa camera, che diventa un mezzo di autorizzazione: un elemento che rende il rito degno di essere mostrato. Persone fiere di essere battenti, di camminare e portare in giro la loro Mamma. Soggetti che abitano il nostro tempo attuale e usufruiscono dei suoi mezzi per portare avanti la loro devozione, adattandola alla contingenza della vita per come di volta in volta si pone.

Il culto vive in maniera assolutamente forte, in maniera molto feroce, perché la vita diventa sempre più difficile, le possibilità di esistenza sempre più pesanti e ovviamente sappiamo che chi paga tutto questo sono sempre le classi meno agiate […]

Il pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell’Arco è, se vogliamo, un po’ un osservatorio sull’andamento della nostra società e questo documentario è un invito al dialogo con un sacro salvifico, quel vissuto viscerale e individuale che si replica su diversi livelli di intensità e su diverse scale sociali, sintetizzato in un’esperienza accessibile a chiunque nel momento del bisogno e con un linguaggio comune che non è semplice ripetizione, ma è l’adattamento di un bisogno di salvezza che accompagna le generazioni e i territori.

è per questo che cantiamo,
è per questo che scendiamo

Bibliografia per approfondire

  • Malinowski, Bronislaw. Teoria scientifica della cultura. Feltrinelli, Milano. 1976.
  • De Martino, Ernesto. Il Mondo Magico. Prolegomeni a una storia del magismo. Feltrinelli, Milano. 2004.
  • De Martino, Ernesto. Sud e Magia. Feltrinelli, Milano. 1959.
  • De Matteis, Stefano. La Madonna degli Esclusi. D’Auria, Napoli. 2011.
  • De Matteis, Stefano. “Esperienza, Sentimenti, Emozioni.” La Ricerca Folklorica, no. 35 (1997): 67–79. https://doi.org/10.2307/1480055.
  • Frazer, James G. Il Ramo d’Oro. Studio sulla magia e la religione. Bollati Boringhieri, Torino. 1990.
  • Mauss, Marcel. Le tecniche del corpo, a cura di M. Fusaschi. Pisa. 2017.

Martino Allocca (Napoli, 2000), autore, è laureando magistrale in Semiotica a Bologna, già laureato triennale in Filosofia a Napoli, con una tesi in Antropologia Culturale. I suoi focus di ricerca riguardano principalmente la storia e filosofia della comunicazione e l’antropologia dei fenomeni religiosi e popolari. Matriarca (2025), è la prima esperienza nel campo audiovisivo.

Gaetano Mattia “Nino” Cosentino (Napoli, 1998), regista, si è formato all’Accademia di Belle Arti di Napoli, diplomato II livello in Cinema. Dopo diverse esperienze lavorative nell'industria cinematografica, realizza diversi corti tra cui "Il Cerbero" (2024), selezionato al Giffoni Shock e "Daria" (2023), vincitore del 48H Festival del Teatro Bellini. Matriarca (2025), è il primo lungometraggio di cui è autore e il primo lavoro documentaristico.

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