Gente di mare

I contatti fra scienza e arte per leggere l’oceano e chi lo abita. Ovvero come può l'antropologia esplorare la nostra relazione con l'acqua, elemento onnipresente e fondamentale ma spesso invisibile. Due esempi di ricerca.

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Nuovi Orizzonti. Nei margini dei meridiani è un ciclo di incontri che abbiamo pensato con l'obiettivo di dare spazio a dialoghi su alcuni dei luoghi in cui opera la ricerca antropologica ma che non sempre trovano risalto negli studi canonici della disciplina. Questo è stato il terzo incontro.


I 7 principi presenti in questo articolo sono il punto di partenza per sviluppare una Educazione all’Oceano individuati dalla Commissione Oceanografica Intergovernativa (IOC) dell’UNESCO al fine di conoscere e comprendere l'influenza dell'oceano su di noi e la nostra influenza sull'oceano. Se volete approfondire, il testo completo è disponibile a questo link.

Il Pacifico: metà della terra (Jacques Mercier, 1942) [originale]

Principio 1—La Terra ha un grande oceano con molte caratteristiche

Quando pensiamo al mondo, ai luoghi che abitiamo o che vorremmo visitare, diamo sempre il primato alla terra. Quella con la t minuscola, su cui poggiamo i piedi e costruiamo edifici, quella parte della Terra con la t maiuscola che viene colorata sulle mappe. Ci dimentichiamo, a volte, che il 70% della superficie planetaria è rappresentata dall’acqua. Quella su cui non riusciamo a stare fermi e a cui non sappiamo dare una forma o dei confini. Eppure sappiamo benissimo quanto l’acqua sia fondamentale per la nostra sopravvivenza; noi stessi siamo formati al 70% di acqua e se non beviamo, moriamo. Ma non parliamo di acqua potabile oggi, bensì del restante 99.9% dell’acqua presente sul pianeta: quella di oceano, laghi, fiumi e ghiacciai. Parliamo di quell’acqua che ci circonda e che ha da sempre definito una parte importante della nostra esistenza come luogo di scambi materiali e immateriali.

Principio 2—L'oceano e la vita nell'oceano modellano le caratteristiche della Terra

Se chiudiamo gli occhi e pensiamo ad una mappa del mondo, è molto probabile che in questa immagine mentale l’oceano sia sottorappresentato, sia per dovizia di particolari che per dimensioni. I rilievi sottomarini non avranno tutte le sfumature di quelli terreni anzi, potrebbero anche essere del tutto assenti, nascosti da un’uniforme macchia blu. L’Oceano Pacifico sarebbe alla meglio rimpicciolito, alla peggio diviso a metà, e in ogni caso non conterrebbe, come fa nella realtà, quasi la metà di tutta l’acqua della Terra. Rendere su una superficie bidimensionale quello che troviamo sulla superficie di una sfera è impossibile; le nostre visualizzazioni, mentali o meno, non possono che essere approssimazioni di ciò che ci serve.

Essendo una presenza centrale nelle nostre vite, è chiaro che l’oceano possa rappresentare un ricco campo di studi per l’antropologia. Non un campo facile ma comunque fattibile. Un campo che mette in discussione i nostri preconcetti sul mondo e la nostra relazione con l’acqua. Forse anche per questa elusività dell’oceano nella nostra mente, la ricerca acquatica si presta molto all’interdisciplinarità. I due esempi di ricerche di cui parliamo ora propongono entrambi una connessione fra scienza e arte, scienze della natura e scienze dello spirito, come approccio centrale nello studio dell’oceano.

Alcune iniziative di TBA21–Academy

Principio 3—L'oceano ha una grande influenza sul clima e sulle condizioni meteorologiche

Ludovica Montecchio è una dottoranda che opera nel contesto del progetto dottorale europeo MEDiverSEAty, focalizzato su conservazione della biodiversità marina e educazione all’oceano. Questo consorzio mira a superare le barriere fra scienze biologiche, umane e ambientali, ospitando dottorandi in materie diverse. Il dottorato viene condotto in collaborazione con TBA21–Academy, il centro di ricerca della Thyssen-Bornemisza Art Contemporary (TBA21), fondazione di arte contemporanea che promuove la presenza della natura nei processi artistici e culturali. Il punto focale di tutto è l’Ocean Archive, archivio digitale dinamico gestito da TBA21–Academy con lo scopo di condividere conoscenze e pratiche riguardo l’oceano e altri corpi d’acqua; oltre al lato archivistico, è anche una comunità diffusa che organizza diverse iniziative per divulgare l’educazione all’oceano. A fianco di questo progetto, la fondazione propone altri programmi che uniscono ricercatori e curatori per esplorare la nostra relazione con il mondo acquatico, come The Current e OCEAN/UNI, cicli di incontri laboratoriali in cui sviluppare conoscenze e pratiche collettive.

Principio 4—L'oceano rende la Terra abitabile

La ricerca si concentra sulle potenzialità dell’archivio digitale, dalla sua gestione al raggiungimento dei risultati. Ovvero come può la pratica archivistica collaborativa unire conoscenza e azione, promuovendo l’educazione all’oceano, la conservazione e lo sviluppo di una comunità partecipativa. Sfruttando i Critical Archival Studies (l’applicazione della teoria critica al mondo archivistico, ragionando su rappresentazioni, rapporti di potere e accessibilità), la svolta curatoriale (l’enfasi sulla relazione fra gli oggetti presentati, le persone che li hanno prodotti e quelle che li stanno esperendo nella mostra) e la conservazione conviviale (approccio alla conservazione naturale che promuove l’idea di una coesistenza plurale e paritaria fra umani e non-umani, rispetto al paradigma comune della protezione tecnologica e unilaterale) come impianto teorico, si vuole analizzare l’Ocean Archive come strumento ibrido di conservazione e cambiamento. L’etnografia digitale sull’infrastruttura del progetto viene corredata poi da interviste ai partecipanti e dall’osservazione sul campo presso l’ecomuseo Mare Memoria Viva di Palermo. Questo è uno spazio espositivo e archivio audiovisivo che vuole raccontare la storia e la relazione della città con la propria costa, completamente alterata a seguito del “sacco di Palermo” nel secondo dopoguerra. Dagli anni Settanta, infatti, il capoluogo siciliano ha perso i suoi lidi alla speculazione edilizia e all’inquinamento industriale, diventando paradossalmente una città di mare i cui abitanti non possono fare il bagno.

Mappa: Regioni Polari Settentrionali (Richard Andree, 1895) [originale]
Foto: Salomon August Andrée's Station at Danskøya, Svalbard, Norway [originale]

Principio 5—L'oceano contiene una grande diversità di vita e di ecosistemi

Alessia Zampieri è dottoranda presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e sta facendo ricerca sulla relazione più-che-umana fra le isole Svalbard, arcipelago norvegese nel Mar Glaciale Artico, e i loro abitanti. Attraverso un’etnografia sensoriale e multispecie, vuole esplorare il mondo della percezione che unisce umano e non-umano nelle alte regioni polari. In Artide ci arriva durante gli studi all’Accademia di Belle Arti, colpita dalla lettura di Una donna nella notte polare, libro del 1938 di Christiane Ritter sul proprio soggiorno alle Svalbard. Oggi, l’antropologia le offre la possibilità di esplorare la relazione delle persone con la natura in un luogo in cui non si può vivere stabilmente. L’arcipelago è abitato quasi esclusivamente da ricercatori e, negli ultimi anni, da sempre più turisti. L’ambiente con cui entrano in contatto e studiano queste comunità è in gran parte invisibile, ma una buona parte della relazione si sviluppa nello sforzo di rendere visibile il non-umano con cui si entra in contatto. È in questa dimensione percettiva che vuole sviluppare la propria indagine, puntando a restituzioni che superino i primati della vista e del testo che monopolizzano l’accademia. Oltre alla classica pubblicazione, ha intenzione di produrre un documentario che esplori a fondo il panorama sonoro delle isole, nonché un’opera di cucito che sia in grado di comunicare anche tramite il tatto e l’azione parte dell’esperienza vissuta.

Principio 6—L'oceano e gli esseri umani sono indissolubilmente interconnessi

Le isole Svalbard, oggi, sono un’area non incorporata della Norvegia, un arcipelago a metà strada fra Capo Nord e il Polo, fra la Groenlandia e la Russia. Scoperte ufficialmente nel 1596 dall’esploratore olandese Willem Barentsz, restano per diversi secoli solo un punto d’appoggio per la pesca e la caccia alle balene. Col XIX secolo, la caccia alle balene diventa sempre meno praticata e l’arcipelago si trasforma in meta di turismo artico, e oggetto di piani minerari a seguito della scoperta di grandi giacimenti carboniferi. Nel 1920, il Trattato delle Svalbard affida la sovranità alla Norvegia ma garantisce il diritto di pesca, caccia e sfruttamento delle risorse minerarie anche ai paesi firmatari, nonché una limitazione delle operazioni militari possibili. Ancora oggi, gli insediamenti fissi sono divisi fra città norvegesi e russe. È un luogo abitato da soli lavoratori: prima dai balenieri, poi dai minatori e oggi da ricercatori e turisti. Non ci nasci e non ci muori.
Le basi di ricerca, sia internazionali che dell’Università delle Svalbard, si occupano solo di discipline scientifico-tecnologiche (geologia, fisica, biologia, e ingegneria); l’accesso per gli studiosi di altri campi è molto ostacolato, se non vietato de facto.

Geografia fisica dell'Oceano Atlantico settentrionale (Bruce C. Heezen e Marie Tharp, 1968) [originale]

Principio 7—L'oceano è in gran parte inesplorato

Le due ricerche si occupano di argomenti diversi ma presentano alcuni punti in comune. Entrambe partono dai rapporti interdisciplinari, giocando da tutte e due i lati dell’asse arte-scienza. L’acqua rappresenta un campo di studi dominato dalla prospettiva tecnico-scientifica e l’antropologia, essendo già di suo un sapere trasversale, non può che partecipare al discorso promuovento la transdisciplarità. Divulgazione e restituzione sono punti cardine della conoscenza; queste ricerche sono un invito ad uscire dalle mura dell’accademia col fine di allargare sempre di più la comunità interessata. Le gerarchie istituzionali e le tassonomie burocratiche, oggi, sono ancora un ostacolo alla collaborazione ma esperienze come quelle di TBA21–Academy o della Svalbard Social Science Initiative non possono che essere contributi importanti alla ricerca se auspichiamo un futuro interconnesso.

Bibliografia per approfondire (Ludovica Montecchio)

  • Bargna, Ivan. 2020. «Facing the “Curatorial Turn”: Anthropological Ethnography, Exhibitions and Collecting Practices». In The Anthropologist as Curator, a cura di Roger Sansi. Routledge. https://www.taylorfrancis.com/books/9781000185430.
  • Berbesi, Anderson, e Natália Tognoli. s.d. «Critical Archival Studies: Exploring an Emerging Domain». Knowledge Organization 51 (8): 600–609. https://doi.org/10.5771/0943-7444-2024-8-600.
  • Büscher, Bram, e Robert Fletcher. 2020. The conservation revolution: radical ideas for saving nature beyond the anthropocene. Verso.
  • Carbajal, Itza A., e Michelle Caswell. 2021. «Critical Digital Archives: A Review from Archival Studies». The American Historical Review 126 (3): 1102–20. https://doi.org/10.1093/ahr/rhab359.
  • Carver, Louise. 2023. «Seeing No Net Loss: Making Nature Offset-Able». Environment and Planning E: Nature and Space 6 (4): 2182–202. https://doi.org/10.1177/25148486211063732.
  • Caswell, Michelle, Alda Allina Migoni, Noah Geraci, e Marika Cifor. 2017. «‘To Be Able to Imagine Otherwise’: Community Archives and the Importance of Representation». Archives and Records 38 (1): 5–26. https://doi.org/10.1080/23257962.2016.1260445.
  • O’Neill, Paul, a c. di. 2007. Curating Subjects. Open Editions.
  • Sansi, Roger, a c. di. 2020. The Anthropologist as Curator. Routledge. https://doi.org/10.4324/9781003086819.

Bibliografia per approfondire (Alessia Zampieri)

  • Cox, Rupert, Andrew Irving, e Christopher Wright, a c. di. 2016. Beyond Text? Critical Practices and Sensory Anthropology. Manchester University Press.
  • Ingold, Tim. 2017. «Taking taskscape to task». In Forms of dwelling: 20 years of taskscapes in archaeology, a cura di Ulla Rajala e Philip Mills. Oxbow Books.
  • Latour, Bruno, e Steve WooIgar. 2013. Laboratory Life: The Construction of Scientific Facts. Princeton University Press. https://doi.org/10.2307/j.ctt32bbxc.
  • Massey, Doreen B. 2012. For Space. SAGE Publications Ltd.
  • Merleau-Ponty, Maurice. 2003 [1945]. Fenomenologia della percezione. Bompiani.
  • Pennaccini, Cecilia. 2024. La ricerca sul campo in antropologia. Oggetti e metodi. Carocci.
  • Petitt, Andrea, et al., a c. di. 2025. Multispecies Ethnography and Artful Methods. White Horse Press.
  • Pink, Sarah. 2009. Doing Sensory Ethnography. SAGE Publications Ltd. https://doi.org/10.4135/9781446249383.
  • Ritter, Christiane. 1938. Una donna nella notte polare. Keller
  • Schafer, R. Murray. 1993. The soundscape: our sonic environment and the tuning of the world. Destiny Books.
  • Sokolíčková, Zdenka, et al. 2022. «Waters That Matter: How Human-Water Relations Are Changing in High-Arctic Svalbard». Anthropological Notebooks, 28 (3): 74-109. https://doi.org/10.5281/ZENODO.7463504.
  • Vold Hansen, Tiril. 2024. «Geopolitics, Diplomacy, or Idealistic Research? Framing the Research Community in Ny-Ålesund». The Polar Journal 14 (1): 212–28. https://doi.org/10.1080/2154896X.2024.2342110.
  • Vold Hansen, Tiril, e Arild Moe. 2024. «Norway’s Research Policy for Svalbard: Intentions and Perceptions». Polar Geography 47 (3): 202–18. https://doi.org/10.1080/1088937X.2024.2372264.

Ludovica Montecchio è dottoranda presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Conduce ricerche sugli archivi digitali comunitari legati all'oceano, esplorando pratiche di conservazione dal basso e l'intersezione tra arte, scienza e tutela ambientale.

Alessia Zampieri è dottoranda presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, docente e filmmaker. Conduce ricerche sull'interazione tra esseri umani e ambiente nelle isole Svalbard, esplorando l'intersezione tra arte e scienza attraverso il documentario e l'indagine dell'esperienza sensoriale.

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