Emma ha cominciato ad occuparsi della fede bahà'í da pochi mesi, l'occasione che l'ha portatə a conoscere questa comunità è stata la breve ricerca etnografica proposta durante il corso di Antropologia delle Religioni dalla Professoressa Brivio. Nello specifico si è interessatə dei significati intimi e collettivi della celebrazione del Riḍván in una comunità bahá'í del Ticino (CH).
Prima di approfondire la dottrina religiosa, ci presenta innanzitutto gli elementi principali della genesi della fede bahà'í, riconducendola alla nascita della Scuola Shaykhi all'interno dell'Islam sciita in Iran. In seguito alla sconfitta nelle due guerre russo-persiane (1804/1813 e 1826/1828), alle rilevanti cessioni territoriali e ingenti somme di risarcimento stabilite dai trattati di pace e al malgoverno dello Scià Fath 'Ali Shah prima e Muhammad Shah dopo, la Persia della prima metà dell'Ottocento era completamente in balia delle ingerenze di Russia e Inghilterra, virtualmente in bancarotta e in uno stato disperato di corruzione politica e religiosa. Un gruppo di studiosi islamici al seguito di Shaykh Aḥmad Aḥsáʾí, fondatore della Scuola Shaykhi, convinti della necessità di un intervento divino sulla Terra, si dedicarono a uno scrupoloso studio del Corano facendo uso di un'enfasi escatologica e un'interpretazione allegorica delle descrizioni coraniche sulla fine dei tempi. Il secondo leader della Scuola, Sayyid Káẓim al-Rashtí, non nominò un successore ma invitò i suoi seguaci alla ricerca del profetizzato Mahdí, "il restauratore della religione e della giustizia che, secondo diverse tradizioni messianiche diffuse nel mondo musulmano, regnerà prima della fine del mondo", secondo lui già presente nel mondo. È nel contesto dell'avvento del Mahdí che 'Alí Muhammad Shírází dichiarò nel 1844 di essere il Báb, ovvero la "Porta verso la Verità", l'intermediario tra il dodicesimo Imam nascosto e la comunità dei credenti. Il Báb prese con sé diciotto Shaykhi come suoi discepoli, le "Lettere del Vivente", che si dedicarono a diffondere la nuova fede babista in Iran e Iraq. Vista la sua rapida diffusione, il Babismo incontrò la resistenza sia della dinastia Qajar che delle autorità clericali al punto che, nel tentativo di reprimere le insurrezioni scoppiate in Iran, il governo Qajar giustiziò il Báb nel 1850.
Alla morte del Báb, il movimento si frammentò e si divise in due principali correnti: la prima seguì Mírzá Yaḥyá Núrí, noto come Azal, ma rimase minoritaria e sparì poco tempo dopo, mentre la seconda si organizzò attorno a Mírzá Ḥusayn-ʿAlí Núrí, successivamente noto come Bahá'u'lláh, il profeta della religione bahá'í. Nel 1852, in seguito a un tentativo fallito di assassinio dello Scià da parte di due bábí, si scatenò un violento pogrom contro i seguaci del Báb. Bahá'u'lláh, ritenuto dal governo persiano leader del gruppo, venne imprigionato nel rinomato Síyáh-Chál, la "fossa nera", una cisterna abbandonata usata come prigione sotterranea, a Teheran. Fu durante il periodo di prigionia che Bahá'u'lláh ebbe diverse esperienze mistiche e visioni attraverso cui venne investito della sua missione come Messaggero di Dio per questa Era. Dopo questi quattro mesi di reclusione, venne esiliato a Baghdad in Iran. Qui, in seguito alla notizia del suo successivo esilio a Costantinopoli, si stabilì nel Giardino di Riḍván dove il 21 aprile 1863 dichiarò ai suoi discepoli la natura della sua missione come Colui che Dio renderà Manifesto. Dopo tre mesi, Bahá'u'lláh fu nuovamente esiliato da Costantinopoli ad Andrianopoli, per poi terminare il suo confino nella colonia penale di San Giovanni d'Acri. Nel 1866 Bahá'u'lláh divulgò pubblicamente di essere "Colui la cui venuta era stata predetta dal Báb: il Prescelto da Dio, il Promesso da tutti i Profeti!", distinguendo chiaramente la religione bahá'í dal movimento babista e definendo i suoi seguaci come "il Popolo di Bahá". Alla sua morte nominò il figlio 'Abdu'l-Bahá, anche noto come il Maestro, successore e interprete dei suoi insegnamenti. Abdu'l-Bahá nel suo testamento indicò il nipote Shoghi Effendi come "Custode della fede". Dal 1963 la guida della comunità Bahá'í è affidata alla Casa Universale di Giustizia, la suprema istituzione di governo della fede baháì'í, con sede nell'Arco Bahá'í ad Haifa.
Il movimento Babi è emerso come una discordia interna all'Islam sciita ortodosso, culminando in uno scisma religioso che ha dato vita alla fede bahá'í. Di conseguenza, i Bahá'í erano percepiti dagli ulama come apostati e collaboratori di potenze straniere. Questa percezione si è intensificata in seguito al consolidamento del regime totalitario successivo alla rivoluzione iraniana del 1979, in cui lo Stato e gli ulema si sono coalizzati in un'autorità unificata. Il nascente regime islamico orchestrò una persecuzione sistematica contro la popolazione bahá'í, caratterizzata da detenzioni arbitrarie, sequestri, distruzioni dei beni, tortura ed esecuzioni. Una recrudescenza delle persecuzioni a livello nazionale nel 1955, istigata dagli ulama affiliati all'Ayatollah Khomeini, ha visto anche la demolizione dei centri, il saccheggio delle loro proprietà e varie forme di violenza fisica, inclusi stupri e omicidi. Inoltre, gli individui bahá'í hanno dovuto affrontare e affrontano tutt'ora una discriminazione sistematica nell'accesso all'istruzione e al lavoro, con decreti che vietano loro l'ammissione alle università, revocano le licenze commerciali, congelano i beni e negano l'adesione a cooperative a uomini d'affari e agricoltori bahá'í. Queste persecuzioni non solo impoveriscono le risorse della comunità, ma provocano anche un significativo esodo di rifugiati bahá'í iraniani in cerca di asilo nelle comunità occidentali.
Emma ci presenta poi la parte dottrinale della fede bahá'í a partire dai tre principi fondamentali di questa religione: l'unicità di Dio, l'unità della religione e l'unità dell'umanità. Questa dottrina ruota intorno al concetto di rivelazione religiosa progressiva: secondo i Bahá'í esiste un unico Dio eterno e inconoscibile che gradualmente ha rivelato in passato, e rivelerà in futuro, la sua parola a tutta l'umanità attraverso vari messaggeri divini. In comune con la prospettiva musulmana, i Bahá'í condividono una concezione lineare dello sviluppo storico, nel quale i profeti, noti come "Manifestazioni di Dio", rispondono alle esigenze umane del loro periodo storico. Tutte le religioni sono in definitiva una sola. Il fine ultimo di tutta l'umanità secondo Bahá'u'lláh è il raggiungimento della Grande Pace universale e dell'unità del genere umano. Egli ha indicato il disarmo e l'arbitrato internazionale come gli unici strumenti che "possono assicurare la felicità e la gloria dell'umanità". Secondo gli insegnamenti di Bahá'u'lláh, per favorire la prosperità della società mondiale, è essenziale adottare alcuni principi fondamentali, tra cui i principali che Emma ci riporta sono: la ricerca indipendente della verità, la progressività e unità delle principali religioni mondiali, l'unicità di Dio; l'abolizione di ogni forma di pregiudizio, l'armonia e l'accordo tra religione e scienza, l'instaurazione della piena parità di diritti e doveri tra uomini e donne, l'istruzione primaria universale e obbligatoria.
Per quanto riguarda invece l'organizzazione amministrativa della fede, Emma evidenzia come la religione bahá'í non possieda un clero: la comunità è infatti organizzata in una rete di assemblee locali, nazionali e internazionali. L'organo direttivo e legislativo è la Casa Universale di Giustizia che si occupa di applicare gli insegnamenti bahá'í alle esigenze della società umana e ha il potere di legiferare su questioni non esplicitamente trattate nei testi sacri della fede. È formata da nove persone di sesso maschile, elette ogni cinque anni con elezioni a scrutinio segreto, senza candidatura né propaganda, da un collegio elettorale maschile e femminile composto dai delegati locali alle assemblee nazionali di tutto il mondo. Hanno inoltre un loro calendario, il Calendario Badí, composto da diciannove mesi, ognuno chiamato con il nome di una virtù divina (come Splendore, Gloria, Bellezza ecc.), di diciannove giorni ciascuno, a cui si aggiungono poi quattro giorni intercalari, periodo in cui si celebra il festival di Ayyam-i-Ha. L'anno comincia con l'equinozio di primavera, il 21 marzo, giorno in cui si festeggia il Capodanno bahá'í, chiamato Nawrúz; l'ultimo mese dell'anno, 'Alá' (dal 2 al 20 marzo), è invece dedicato al digiuno, durante il quale si astengono da cibo e bevande dall'alba al tramonto.
La seconda parte dell'intervento di Emma è dedicata invece al soggetto specifico del suo studio: i significati intimi e collettivi della festa di Riḍván nella comunità bahá'í di Lugano.
Durante la permanenza di Bahá'u'lláh a Baghdad, la sua crescente influenza tra la comunità Bábí portò il governo ottomano a esiliarlo a Costantinopoli. Il secondo esilio causò tristezza e confusione tra i suoi seguaci. A causa dell'afflusso di visitatori e delle difficoltà nei preparativi per il viaggio, Bahá'u'lláh trascorse i dodici giorni precedenti alla partenza in una tenda nel Giardino di Najíbíyyih, sul fiume Tigri, permettendo così alla sua famiglia di organizzarsi. Durante il primo giorno nel giardino, Bahá'u'lláh si proclamò Manifestazione di Dio, evento che segna l'inizio del festival di Riḍván, celebrato per dodici giorni come la "Più Grande Festa" della fede bahá'í.
Emma ha osservato come la celebrazione del Riḍván sia organizzata dalle singole comunità bahá'í, che scelgono il luogo, le modalità e i tempi dell'evento, permettendo di integrare tradizioni locali con l'osservanza religiosa. La comunità bahá'í di Lugano ha infatti diviso la festa in tre momenti:
- Momento ludico - I bambini hanno recitato la storia di Bahá'u'lláh e del Riḍván.
- Momento devozionale - È stata letta la "Tavola di Riḍván" in persiano e italiano, seguita dalla visione di filmati della Casa Universale di Giustizia sulle elezioni e sul servizio comunitario.
- Momento socialitario - I partecipanti hanno preparato insieme una cena comunitaria, condividendo un momento di convivialità.
Emma ha riportato come le celebrazioni del Riḍván variassero a seconda del contesto geografico e sociale. Alcuni suoi interlocutori notavano per esempio come in Ecuador la festa fosse caratterizzata da musiche e balli tradizionali, mentre altri descrivevano la vivacità delle celebrazioni universitarie a Londra. A Lugano invece le attività si concentrano sull'educazione dei bambini e sui temi familiari, vista la composizione della comunità, principalmente fatta da anziani e famiglie con bambini dai 2 ai 13 anni.
In conclusione al suo intervento, Emma ha evidenziato che questa celebrazione, più che un semplice evento commemorativo storico, sia un momento centrale per rafforzare la coesione sociale e spirituale nella comunità. Ha osservato come la festa di Riḍván offra ai credenti l'opportunità di riaffermare i valori fondamentali della fede, promuovendo unità, pace e servizio altruista, e notato come l'emozione e la devozione dei partecipanti verso Bahá'u'lláh indichino un profondo legame personale con il fondatore della fede. La celebrazione del Riḍván, secondo Emma, può dunque offrire spunti interessanti su come le pratiche religiose nutrano il senso di appartenenza comunitaria e favoriscano la costruzione di ponti interculturali e interreligiosi, mantenendo al contempo il proprio carattere culturale. Infine, Emma suggerisce che future ricerche potrebbero approfondire gli effetti a lungo termine della partecipazione alla festa del Riḍván sulla vita spirituale e sociale dei Bahá'í ed esplorare come queste pratiche si intreccino con la diaspora dei credenti bahá'í iraniani.
Interventi dei Partecipanti
Hanno fatto seguito alcune domande dei presenti, a cui Emma e Zaira, una ragazza bahá'í che ha partecipato all'incontro, hanno risposto.
Come si diventa bahá'í?
Zaira racconta la sua esperienza personale. Ha raggiunto l'assemblea bahá'í più vicina
e ha intrapreso un percorso di conversazioni con altri bahá'í. L'assemblea sceglie un momento preposto ad
accogliere il nuovo credente, a Milano non c'è un centro dove si svolgono le attività, quindi, Zaira si è
recata alla casa di uno dei membri della comunità del quartiere Gioia, luogo di ritrovo dei bahá'í della
zona. Le assemblee locale e nazionale si prendono cura dei credenti singolarmente, li accompagnano nel
percorso di dichiarazione e istruzione.
Emma invece, riporta l'esperienza di un suo interlocutore che racconta come in qualità di segretario della
comunità bahai di Lugano si occupa di ricevere le e-mail e le cartoline di coloro che desiderano diventare
bahá'í.
Cosa significa essere bahá'í? Ci sono delle regole?
La religione bahá'í impone ai suoi fedeli di osservare la preghiera obbligatoria giornaliera e il digiuno annuale. Promuove la verità, la castità prima del matrimonio e la fedeltà coniugale. È vietato l'uso di alcol e droghe, così come il gioco d'azzardo. I bahá'í sono incoraggiati alla consultazione aperta, alla partecipazione alle festività comunitarie e al servizio nella società. Questi obblighi e regole aiutano i bahá'í a vivere una vita equilibrata, orientata alla crescita spirituale, alla coesione comunitaria, e al servizio all'umanità. Zaira spiega però come l'inosservanza di queste regole non sia punita, si tratta piuttosto di una questione personale di ricerca individuale della verità.
Ci sono forme di attivismo collettivo in relazione all'ambiente o in relazione, ad esempio, all'occupazione israeliana della Palestina?
Zaira spiega come i bahá'í non possano fare parte di formazioni politiche: secondo la fede, infatti, la riflessione è intima e individuale. Emma aggiunge che l'arco bahá'í presente ad Haifa è stato istituito in Israele quando la zona ancora apparteneva alla Palestina, non per una questione politica ma poiché il Monte Carmelo è il luogo di sepoltura del Báb. Questa situazione risulta però problematica per i bahá'í iraniani sono ora perseguitati anche perché ritenuti spie di Israele dall'Iran.
I bahá'í come concepiscono la morte? Esiste un paradiso?
I bahá'í concepiscono la morte come una transizione dell'anima verso un'altra dimensione spirituale, separata dal corpo fisico. Credono che l'anima prosegua il suo viaggio verso Dio e che la morte fisica sia un passaggio naturale. Non definiscono un paradiso nel senso tradizionale, ma insegnano che le anime possono progredire spiritualmente avvicinandosi a Dio dopo la morte, in base alle loro azioni e alla loro devozione durante la vita terrena. Nella religione bahá'í, la metafora del bambino nel grembo della madre è spesso utilizzata per descrivere la fase della vita dell'anima prima della nascita terrena. Così come il bambino nel grembo materno si sviluppa fisicamente prima di nascere nel mondo materiale, anche l'anima si prepara spiritualmente durante la vita prima di transitare in un'altra dimensione con la morte.
Bibliografia di approfondimento
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