Motivi e modi della dimenticanza. Stato dell'arte

Come le identità individuali e sociali si formano tramite la selezione dei ricordi. Ovvero di come la memoria si può sviluppare solo in uno spazio assente, in cui i ricordi vengono anche perduti; in una società che pone in primo piano recupero e conservazione questo viene pericolosamente alterato

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Oggi Marco ci parla di memoria e della sua costruzione; un meccanismo che necessita in primo luogo di dimenticare le cose, non di conservarle. Il discorso parte dalla sua tesi triennale, in Scienze dei Beni Culturali, e implica per questo un'attenzione particolare ai discorsi sulla conservazione dei beni patrimoniali, considerati oggi la testimonianza di ciò che siamo.

La memoria è il nostro modo per rapportarci col passato; selezioniamo i ricordi per poter raccontare noi, la nostra comunità e gli altri. La formazione della memoria avviene fin da subito con l'oblio, anche se nella concezione comune questo non è che una conseguenza evitabile e da evitare. Se ci ricordassimo tutto quello di cui abbiamo esperienza, ogni attimo, non avremmo spazio né energie per gestire il tutto; quello che ricordiamo è solo una minima parte. Nella società contemporanea il rapporto col passato è definito dalla conservazione, tenuta sempre in maggior riguardo dall'epoca moderna in poi. Questa concezione affonda le radici, fra le altre cose, nel capitalismo che, dovendo far sempre spazio al nuovo per mantenere la crescita e trovare nuovi margini di guadagno, promuove una costante liberazione dal vecchio; tale movimento venne definito dall'economista austriaco Joseph Schumpeter come una "continua distruzione creatrice". L'accelerazione della produzione crea una grande ambiguità: se il rimpiazzo richiesto è continuo e in espansione, ne risulta che togliamo sempre più cose e non abbiamo modo di rimpiazzarle. La paura di perdere passato è reale e sempre più visibile, la risposta della conservazione non può quindi che radicalizzarsi e amplificare la sensazione di perdita anche nel presente e nel futuro.

Il 22 febbraio 2022 veniva inaugurato a Dubai il Museo del futuro, creando un cortocircuito nella concezione comune di museo — uno spazio adibito alla conservazione della cultura già esistente.

È evidente che la memoria, e il passato, sono in rapporto stretto con l'identità. Sono le fondamenta su cui costruiamo ogni identità: personale, di gruppo, nazionale, aziendale, ecc. Usiamo il passato per raccontare il presente, spesso anche a posteriori, per ricostruire e giustificare il percorso che ha condotto a questo presente. Individuiamo degli elementi che riteniamo rilevanti alla narrazione ed escludiamo, dimenticandoli attivamente, tutti quelli inutili se non addirittura contrari. Lo sfruttamento del passato per definire il presente viene amplificato dalla nascita degli Stati nazionali che, formandosi intorno ad un'idea di omogeneità culturale, sono costretti a definirla e delimitarla. Questo processo si lega fin da subito alle tradizioni popolari, viste come i pali che costruiscono il perimetro di una cultura, e si spinge fino alla loro invenzione — come mostra il libro curato da Hobsbawm e Ranger The Invention of Tradition — pur di legittimarsi. Le tradizioni sono la traccia di una continuità storica che giustifica l'identità nazionale.

Un esempio ci arriva dal nazionalismo tedesco, alimentato nell'Ottocento dall'opera dei fratelli Grimm. Questi avviarono le loro campagne di raccolta delle fiabe per mostrare l'unità del popolo, identificando in esse gli elementi tipici della cultura tedesca — da ricercare nella "stabilità" delle campagne e non nella dinamicità cittadina. Traducendo le storie nel tedesco scritto però hanno prodotto anche il paradosso della tradizione: la tradizione è una pratica che viene reiterata nel tempo da più attori, evolvendosi nella forma a noi contemporanea ma, una volta definita come tale, si cristallizza e perde quella quotidianità pratica che l'ha resa una tradizione in primo luogo.

Persiste l'illusione che la memoria sia un rapporto più o meno oggettivo con il passato, considerato ormai statico e analizzabile. In realtà il rapporto è sempre soggettivo e caratterizzato dalla ricerca di un punto di appoggio da sfruttare nel presente per lanciarci nel futuro. Il passato non è mai statico, continua a modificarsi tramite l'oblio involontario o la distruzione volontaria a cui lo sottoponiamo. Perdiamo costantemente i caratteri che non sono più rilevanti alle identità del presente. L'esempio principe di questo processo sono i monumenti, eretti sempre a imperitura memoria — almeno fino a quando chi vive tali luoghi non cessa di riconoscersi in tali simboli. È prassi accettata, infatti, che al crollo di un dominio, o di un regime, si attui un processo di pulizia per eliminare dalla realtà le sue tracce. Le statue di Stalin, così come quelle di Augusto, e ancora oggi quelle di svariati coloni, hanno subito lo stesso trattamento; quando non vengono distrutte vengono relegate in luoghi asettici, come i musei o magazzini. Quello che avviene non è una riscrittura del passato ma piuttosto un'elaborazione dei valori del presente, con una conseguente riorganizzazione dello stesso per poterli rispecchiare. Il passato c'entra poco, è sempre la contemporaneità che agisce su se stessa.

La memoria, intesa qui come facoltà mentale, è anche uno di quegli elementi che siamo portati a indicare quando cerchiamo le differenze fra gli umani e gli altri esseri viventi. Quello che è importante però non è tanto la capacità mentale di ricordare quanto piuttosto la possibilità di trasferire le informazioni individuali agli altri, sia quelli intorno a noi, tramite il linguaggio, che quelli dopo di noi, grazie ai vari supporti materiali. Come si vede dai brevi esempi precedenti, la memoria e il rapporto con passato e presente sono sempre legati alla cultura materiale; è questa che definisce la nostra capacità di creare reali identità comuni e comunicabili.

Paola suggerisce che un altro vantaggio che ci viene dalla capacità di dimenticare è il superamento dei traumi.

L'accento sulla conservazione che è stato posto negli ultimi decenni ha fatto sì che la memoria venisse istituzionalizzata: i beni culturali diventano cosa pubblica e la loro sopravvivenza è considerata necessaria per l'umanità. Si supera il livello nazionale lasciando spazio a entità come UNESCO, ICOM e ICOMOS. Questo allargamento ad una dimensione universale, che include l'umanità intera, porta il paradosso della tradizione a nuovi estremi: non solo si cristallizza la specifica tradizione sotto esame ma è il concetto stesso di "tradizione" che viene limitato a ciò che le varie convenzioni definiscono tale, oscurando il resto. Qui si evidenzia un duplice problema: l'eurocentrismo degli organismi internazionali, che elevano a universali i concetti elaborati all'interno della cultura occidentale, e l'antropocentrismo della patrimonializzazione, che definisce i beni culturali come il vero confine fra l'uomo e il resto della natura (confine ritenuto tanto reale da permettere al patrimonio di trascendere i limiti dello spazio e del tempo, conservandosi per sempre uguale a se stesso).

L'eurocentrismo che si era delineato dall'inizio è stato arginato da successive legislazioni, che hanno inglobato diversi modi di pensare al patrimonio. Fra tutte è da notare come nel 2003 venne ufficialmente riconosciuto il "patrimonio immateriale", superando l'idea che da conservare sono solo i prodotti eccezionali di una cultura ma anche le stesse pratiche sono degne di tale considerazione.

La protezione del patrimonio, a livello internazionale, è stato scandito da tre momenti legislativi:

  • 1954: Convenzione dell'Aia per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato e protocolli successivi
  • 1972: Convenzione per la protezione del Patrimonio Mondiale culturale e naturale
  • 2003: Convenzione di Parigi per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale

Una direttrice importante del discorso sul patrimonio è quella della sua utilità: non è un insieme inerte di materia ma è un attore centrale nel processo partecipativo che ogni comunità attua per definire la propria identità.

Torniamo ora verso la dimensione individuale della memoria e dell'identità. Il momento principale in cui mettiamo in gioco la nostra identità è nel rapporto con l'altro, e lo facciamo in primo luogo tramite le narrazioni che proponiamo. Far notare che queste sono il frutto di una selezione dei ricordi piuttosto che un resoconto dei fatti pone l'accento sull'agency del soggetto: nelle narrazioni personali non è tanto importante che tutto ciò che si dice sia vero e logico ma perché si dice proprio quella cosa e non un'altra. Le intenzioni sono ciò che definisce un'identità; ricordare e dimenticare sono necessità di pari livello. Questo gioco è però oggi messo a rischio dall'estremismo della conservazione e dall'espansione degli strumenti digitali. Le informazioni non ci appartengono più, sono catalogate e organizzate automaticamente da soggetti esterni in archivi pressoché illimitati. Il risultato è una riduzione della nostra agency: non siamo più gli unici a poter selezionare le nostre narrazioni ma chiunque, in possesso di abbastanza dati, può fabbricare svariate narrazioni per ognuno, imponendole al pubblico.

La nostra memoria la costruiamo con gli oggetti, la disponiamo nel mondo che ci circonda, e questi agiscono poi sugli altri finché non vengono riordinati in un nuovo schema. È questo circolo che permette alle identità di affermarsi e modificarsi.

Alice introduce la questione della proprietà degli oggetti presenti nei musei oggi, oggetti che in molti casi sono legati alle sofferenze di guerre e colonialismo. L'impegno per la definizione della provenance (la cronologia del possesso di un artefatto dal momento in cui entra in circolazione) è ormai diffuso presso le istituzioni museali di tutto il mondo e conduce a continue restituzioni. A questo Alessandra aggiunge che la maggiore attenzione alla provenienza degli artefatti serve anche a offrire poi una fruizione adatta a coloro che non condividono tale provenienza.

Il dibattito di oggi è andato sugli oggetti propri della cultura materiale, ma ha un grande potenziale di allargamento sui piani delle pratiche umane, del rapporto tra nazioni e tra identità differenti. Fare attenzione solo sulla dimensione materiale non mostra come la patrimonializzazione abbia poi diversi effetti sulle persone che la vivono: per esempio, chi abita in un luogo protetto, o nei suoi pressi, subisce alterazioni che sono largamente ignorate dal resto della popolazione. Bisogna sempre promuovere compromessi, senza far prevalere né la conservazione totale né la distruzione totale. Memoria e oblio sono due facce della stessa medaglia.

Per concludere ritorniamo sul punto iniziale riguardo il capitalismo espandendolo: richiesta di un rinnovo continuo non può che creare identità instabili dal momento che non abbiamo punti di appoggio nel presente attorno ai quali organizzarsi. Emma allora si chiede: se l'idea è che tutto cambia e dobbiamo rifugiarci nel passato, arriverà il momento in cui dovremo rapportarci sempre alle stesse cose? Oggi la capacità di ricordare è cambiata? Sono questi i quesiti da cui partire se vogliamo superare l'impasse a cui siamo arrivati.

Bibliografia di approfondimento

  • Burkell, J. A. (2016). Remembering me: big data, individual identity, and the psychological necessity of forgetting. Ethics and Information Technology, 18(1), 17–23.
  • Harrison, R., (2020). Il patrimonio culturale: un approccio critico. Milano Pearson.
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