La memoria della pelle

I tatuaggi come testimonianze di vita e cambiamenti. Ovvero su come i nostri corpi costituiscono la frontiera fra interno ed esterno, e come li modifichiamo in una lotta continua per l'identità.

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I corpi

Andiamo in palestra, ci mettiamo gli orecchini, tagliamo i nostri capelli, ci tatuiamo, e ci sottoponiamo ad un'ampia varietà di operazioni mediche. In un modo o nell'altro, imponiamo ai nostri corpi delle forme di controllo per i fini più vari. Spesso, vogliamo che ci rispecchino, che raccontino qualcosa di noi prima ancora di dover ricorrere alle parole. Altre volte, pensiamo che questo controllo sia necessario affinché i nostri corpi non ci abbandonino per strada, le ginocchia non cedano, l'età non si palesi nei solchi del viso. Sembra quasi siano degli animali da domare, della materia che il nostro intelletto - la nostra coscienza - sia in grado di modellare a piacimento. Degli animali indomabili, in ogni caso, su cui il lavoro del corpo non si deve fermare se si vuole mantere il controllo.

Se tutto l'universo fosse racchiuso in un punto, non avremmo i corpi, o una qualsiasi nozione di spazio. Se un corpo esiste, è perché c'è abbastanza spazio per un secondo corpo, per poterlo distinguere dalla totalità. Fra questi corpi può esserci l'universo di mezzo, ma la cosa che li separa è sempre e solo un sottilissimo confine: la pelle. È su di essa che agiscono molte pratiche di modificazione corporea; è il luogo in cui diventiamo visibili agli altri. In antropologia si è evidenziato spesso come il corpo individuale sia anche un riflesso del corpo sociale. Fra i due, c'è una sovrapposizione di idee riguardo al controllo, al confine fra interno ed esterno, alla rappresentazione delle relazioni. Al centro di queste, c'è la questione dell'identità. Ci conosciamo attraverso il corpo, è il nostro unico punto di contatto; è abbastanza comprensibile che diventi anche un punto di partenza per definire il nostro stare nel mondo. È vero che si tratta di una relazione senza fine, però ci sono delle pratiche che richiedono meno reiterazione di altre. Il tatuaggio è una pratica duratura, eppure non eterna, dato che "anche se diciamo con orrore che 'un tatuaggio è per sempre' - come se, nella nostra economia culturale o psichica, la permanenza fosse un male riconosciuto - la maggior parte dei tatuaggi dura solo finché dura il corpo, ovvero non tanto quanto l'inchiostro dura sulla carta." 1

Principali esempi di mummie tatuate: 1. guerriero Pazyryk (Monti Altaj, Siberia occidentale. 300 a.C.) / 2. Ötzi (Alpi Venoste. 3200 a.C.) / 3. mummie andine (1000 d.C.)

Il tatuaggio

Il tatuaggio gioca con i confini del corpo. Non si trova propriamente sopra la pelle, in quanto non lo si può cancellare come un segno di matita con la gomma, ma nemmeno al di sotto di essa, in quanto perennemente visibile. Si trova in una posizione ambigua, a metà strada fra il dentro e il fuori. Marchio di individuazione, rende immediata la distinzione fra i corpi. Data la sua visibilità, la sua posizione liminale e la sua permanenza, il tatuaggio ha sempre attirato riflessioni sull'inclusione ed esclusione di individui nei gruppi. Anche nelle società che lo praticano in maniera estesa, come in diversi gruppi che popolano le isole dell'Oceano Pacifico, il tatuaggio è raccontato come una tradizione importata da viaggiatori stranieri. Oggi, la diffusione di questa pratica in Europa è spesso letta non come un processo autoctono ma come un risultato della fascinazione subita a partire dal diciottesimo secolo dai contatti con quelle stesse popolazioni del Pacifico insulare che affidano ad altri l'origine dei loro tatuaggi.

Stando ai dati archeologici, è evidente che i tatuaggi vengono fatti in tutto il mondo da migliaia di anni. Grazie al lavoro di alcuni ricercatori, oggi è possibile consultare il Tattoed Human Mummies Database, una raccolta di tutti i siti archeologici in cui sono state rinvenute mummie tatuate. Se si osserva la mappa, si può notare come la maggior parte dei ritrovamenti combaci con le aree più aride e/o fredde del globo - ovvero i luoghi migliori per la preservazione di mummie in generale. Anche in Europa, dove il territorio non favorisce la mummificazione, ne è stata trovata una: Ötzi. Rinvenuto nel 1991 lungo il confine fra Italia e Austria, l'uomo del Similaun ha 61 linee tatuate 2 in giro per il corpo. Con 5300 anni sulle spalle, non solo è fra le mummie più antiche al mondo, ma è anche la più antica persona tatuata che conosciamo. Questi scavi archeologici ci aiutano a rileggere il tatuaggio come una pratica molto più diffusa e comune di quanto potremmo pensare basandoci su alcune narrazioni diffuse che lo vedono come esterno al mondo occidentale.

Spostandoci nella storia, abbiamo testimonianze di popoli tatuati in Europa dal tempo dei Greci antichi. Questi usavano il tatuaggio solo in maniera punitiva, per marchiare gli schiavi, e vedevano di cattivo gusto i Traci, i loro vicini a Nord, fra i quali il tatuaggio decorativo raccontano essere molto diffuso. In maniera simile, sia Greci che Romani parlano con curiosità e disprezzo dei Pitti, abitanti delle zone settentrionali della Gran Bretagna. Sono quelli che nel nostro immaginario hanno il corpo dipinto di blu e sono sempre sul piede di guerra, anche se non abbiamo delle testimonianze chiare sul fatto che 1) si tatuassero effettivamente e non fossero solo pitture temporanee, e che 2) qualora lo facessero, utilizzassero un pigmento blu. La pratica di tatuare gli schiavi col nome del padrone o i criminali col nome del reato commesso arrivò ai Greci dai Persiani, e lo passarono poi ai Romani, ma di questo tipo di utilizzo ne riparleremo più avanti.
Fatto sta che per queste società, al cui pensiero dobbiamo ancora molto, il tatuaggio aveva una connotazione negativa: ti categorizzava o come un barbaro o come un reietto della società. La vera rimozione della pratica dall'Europa e dalle società vicine avviene però qualche secolo più avanti, con la grande diffusione dei tre monoteismi. Nell'Antico Testamento, fra le leggi che Dio dà a Mosè per governare gli Israeliti, troviamo: Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio. Io sono il Signore (Levitico 19, 28). Nel Vicino Oriente antico,3 era particolarmente diffuso il tatuaggio religioso per distinguersi come appartenenti ad un culto particolare. In maniera simile alla marchiatura degli schiavi - con l'ovvia differenza della volontarietà - i fedeli si tatuavano il nome o i simboli del proprio padrone ultraterreno. Non è da escludere la possibilità che il divieto biblico mirasse a distinguersi dalle fedi politeiste presso cui la pratica era diffusa. Quando il Cristianesimo arriva alle cariche alte del potere politico, questo divieto contribuisce alla messa la bando del tatuaggio punitivo. Con un editto imperiale, Costantino (274-337) vietò di tatuare schiavi e criminali in faccia a favore di collari metallici, saldati permanentemente al collo, che riportassero l'incisione della pena. All'epoca, ci si riferiva al tatuaggio con la parola greca stigma, che nella Bibbia compare solo due volte: nel Levitico, come visto prima, e nella lettera di San Paolo ai Galati, dove dice D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo (Galati 6, 17). Nonostante oggi pensiamo alle stigmate come ai segni delle ferite di Cristo, quando è stato scritto questo passaggio la parola sembra essere stata usata solo in riferimento ai tatuaggi. Il divieto nell'Antico Testamento non ha mai eradicato la pratica nel Vicino Oriente, dove i cristiani hanno continuato a tatuarsi delle croci sul corpo in segno di devozione; San Paolo era originario di Tarso (sud della Turchia), ed è quindi possibile portasse qualche tatuaggio religioso sul proprio corpo.
Due menzioni nella Bibbia, una negativa e una positiva, un divieto e una rivendicazione. Il tatuaggio rimane in una dimensione ambigua. Nella quarta sura del Corano (An-Nisa, 118-119), Allah condanna le pratiche che snaturano la sua creazione. La filosofia di fondo dell'avversione ai tatuaggi nelle religioni abramitiche è quella per cui il nostro corpo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, ed è quindi blasfemo rovinarlo. Il tatuaggio, però, può essere anche visto come un abbellimento del corpo. Non essendo citato esplicitamente, c'è chi ritiene che la pratica non rientri nella condanna coranica. Presso gli Sciiti è infatti accettato, mentre presso i Sunniti il divieto è stato rinforzato da alcuni hadith (Sahih al-Bukhari, libro 77 "Abbigliamento"). Anche qui il tatuaggio non esce dalla sua posizione liminale e sfocata.

Dal Medioevo si ha una quasi completa assenza del tatuaggio nelle fonti storiche in Europa, che probabilmente è indice di un suo netto calo di popolarità fra le società del continente. Seppur perduri in alcune zone, come il tatuaggio cristiano a Loreto e nei Balcani, si dovrà aspettare l'incontro con culture molto lontane e esotiche per far rinascere davvero l'interesse per la pratica. I marinai sono i primi europei che sviluppano una propria iconografia durante l'epoca delle grandi esplorazioni, ma la scintilla vera e propria viene dagli indigeni portati dal Pacifico come attrazione per le principali corti europee. A fine Ottocento, il tatuaggio diventa una vera e propria moda presso le élite, che adattano questa pratica esotica ai propri gusti: si adornano il corpo con animali, ricordi di viaggio, stemmi di famiglia, rimandi ai propri hobby. Come nel caso dei marinai o dei cristiani, si tratta di un veicolo per definirsi parte di quel gruppo, con uno stile e un'iconografia definiti. Non è stata un'importazione statica, in cui si sono limitati a riprodurre gli stilemi esotici che avevano colpito la loro immaginazione, ma un adattamento della tecnica al proprio apparato simbolico. Alle esplorazioni nel Pacifico dobbiamo anche la parola stessa per quest'arte: tatau.
A cavallo fra Ottocento e Novecento, le persone tatuate con la nuova iconografia prendono il posto degli indigeni esotici, diventano fenomeni da baraccone e circolano per varie città europee e statunitensi guadagnandosi da vivere esponendo il proprio corpo nei circhi. Fino a questi anni, la pratica era per lo più invisibile e legata ad una semplice dimensione esotica. Si deve guardare al lavoro di criminologi come Cesare Lombroso per l'esplicita associazione, diffusa ancora oggi, fra tatuaggi e membri della criminalità. Questa idea prende piede e nel Novecento il tatuaggio vive fortune alterne, anche a causa dei nascenti riguardi per l'igiene. Saranno le guerre mondiali (con i soldati che si tatuano come forma di unione) e i nuovi standard igienici di metà secolo a diffondere i tatuaggi fra le persone comuni. Dopo gli anni Sessanta si parla di un vero e proprio Rinascimento per la pratica: diventa una merce e si espande in tutto il mondo.

Come si può vedere da questa breve cronistoria, la pratica del tatuaggio si posiziona sempre sul confine della società. Sta sia dentro che fuori, è praticato e condannato allo stesso tempo. Svolge diversi compiti, anche opposti fra loro, ma di base resta un segno di identificazione e appropriazione - personale o coercitiva - del corpo.

Concludiamo con una breve rassegna delle quattro tipologie di tatuaggio:

  1. Tatuaggio di status: mostra l'appartenenza ad un particolare gruppo. Diffuso nelle corporazioni (es. falegnami, fabbri, musicisti), nei reggimenti dell'esercito, e in alcune società (es. Tā moko in Nuova Zelanda-Aotearoa; Godna in alcune parti dell'India).
  2. Tatuaggio religioso: con due accezioni principali, votivo o di protezione. I primi sono simili ai tatuaggi di status, mostrano a quale fede la persona appartiene (es. tatuaggi cristiani di Loreto; sicanje nei Balcani). I secondi servono ad incanalare un potere magico-spirituale per aiutare il portatore (es. Sak Yant nel Sud-est asiatico).
  3. Tatuaggio punitivo applicato contro la volontà del corpo, come appropriazione esterna; serve per stigmatizzare e identificare gli individui, e facilitare il controllo su certi gruppi. Possono riportare il nome del reato (es. "FUG" per gli schiavi scappati nell'antica Roma; "D" per i disertori dell'esercito coloniale britannico), il luogo di prigionia ("Mass. S. P." per la Massachusetts State Prison; "ИТК-8" per la Colonia Penitenziaria 8 in Siberia.) o la pena ("MET" per la damnatio ad metallum romana [lavori a vita nelle miniere]; "Θ" [theta, iniziale di thanatos, "morte"] per i condannati a morte nell'antica Grecia; "katorga" per i lavori forzati in Siberia).
    In molti casi, queste lettere e simboli venivano riappropriati dalle persone o si provavano a rimuovere. Ci sono diverse testimonianze di apparati burocratici moderni che cercano di identificare i fuggitivi tramite dei tatuaggi che sono stati coperti o modificati (per esempio "BOP" - "ladro" in russo - diventa l'acronimo di "Bождь Октябрьская Pеволюция" - "Capo della Rivoluzione d'Ottobre" - conferendogli un nuovo senso).
  4. Tatuaggio decorativo: quello a noi più familiare, rivolto all'esterno ma spesso con una partenza dall'interno. È una riappropriazione del corpo con l'intento di renderlo più affine alle proprie idee a riguardo.

Tatuaggio Sak Yant sulla schiena di un monaco buddista in Thaiandia.

Legami

Nel loro carattere duraturo, i tatuaggi rivelano le difficoltà del nostro rapporto con i corpi. Vogliamo domarli, fare in modo che non lascino spazio all'ambiguità o alle influenze esterne. Specialmente in un mondo mercificato come quello in cui viviamo, il corpo può sembrare l'unica cosa davvero nostra. Marchiarlo può essere un'affermazione di questo, una traduzione e rimozione del valore materiale in un valore simbolico. Oggi i tatuaggi sono una merce soggetta alle mode ma rimangono un tipo di merce unico: acquistabile ma inalienabile, temporaneo ma senza una scadenza. Sono un'incorporazione fisica; lo scambio che avviene non è valoriale ma posizionale. Possono portare dentro il corpo una memoria, un gusto, una persona; o possono portare all'esterno un pensiero, un sentimento, un'oscillazione. Esattamente come l'allenamento, però, perdono i loro risultati nel tempo. Si possono coprire o modificare, in alcuni casi eliminare. Sbiadiscono al sole e si deformano nell'invecchiamento.

La pelle è un mezzo di comunicazione fra il dentro e il fuori ma al tempo stesso non appartiene a nessuna delle due dimensioni. È una superficie, una membrana. Come tutte le forme di comunicazione, è imperfetta. Nonostante tutti gli sforzi che facciamo, nemmeno i tatuaggi sono davvero per sempre "perché, in verità, non siamo noi a possedere i nostri corpi, ma sono loro a possedere noi, e l'unica cosa certa sui nostri corpi è che ci deluderanno, che alla fine non potranno essere controllati o piegati alla nostra volontà." 4

Bibliografia per approfondire

Alcuni tatuaggi dal mondo sono: Batok (Filippine); Deq/Xal (Curdi); Godna/Khoda (India); Kakiniit (Inuit, Artico); Peʻa e Malu (tatuaggio maschile e femminile a Samoa); Ptasan (Atayal, Taiwan); Sak Yant (buddismo in Thailandia e Cambogia); Sicanje (cristiani in Bosnia-Erzegovina e Croazia); Tā moko (Nuova Zelanda - Aotearoa); Tatuaggi criminali russi; Tatuaggi cristiani a Loreto [legati al pellegrinaggio]; Tatuaggi tradizionali in Africa Occidentale (Yoruba, Fulani, Hausa); Tatuaggi tradizionali Ainu (Giappone); Tatuaggi tradizionali Albanesi (Balcani); Tatuaggi tradizionali Berberi (Nordafrica); Tatuaggi tradizionali Copti (cristiani in Egitto e diaspora); Tatuaggi tradizionali Dayak (Borneo).


  1. Fleming, Juliet. The Renaissance Tattoo (in Caplan, 2000). ↩︎

  2. Come noi antropologi, anche gli archeologi sono veloci ad affidare le pratiche senza un senso apparente al mondo del rituale. A lungo si è diffusa la teoria secondo cui i tatuaggi di Ötzi avessero un valore medico-magico, trovandosi in luoghi dove varie analisi hanno riscontrato problemi quali artrosi o fratture guarite in vita. Recenti ricerche hanno però parzialmente ridimensionato questa visione, essendo solo metà dei suoi tatuaggi in corrispondenza di lesioni o malattie corporee (Deter-Wolf, 2024).↩︎

  3. Mesopotamia e Levante, ma anche Egitto.↩︎

  4. Benson, Susan. Inscriptions of the Self (in Caplan, 2000).↩︎

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